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- Via Trebbo -

 

Da via Nazionale Nord a via Ca’ Bianca.

Già più propriamente “Strada del Trebbo” fino agli iniziali anni ’80, la via Trebbo è chiamata nel Catasto Carafa (1770) “Strada consurtiva”, in quanto non ne riporta il nome, ma semplicemente fornisce il dato che questa via non era pubblica, ma vicinale, di comproprietà di coloro che possedevano le terre con accesso in questa strada; il Gregoriano (1835) invece riporta “Via di mezza strada”, che probabilmente era il nome con cui era allora conosciuta, da intendersi forse come “media strada”, cioè strada centrale di accesso ai poderi.

Il nome attuale comunque è molto più attinente al luogo, che infatti per i Consandolesi è sempre stato il borgo Trebbo, un nome dal significato molto preciso, che, attraverso i passaggi linguistici Trebbo < Trebbio < Trivio, deriva da “Trivium”, il punto cioè in cui una via biforcandosi dà origine a tre distinti percorsi.

Il termine “Trebbo” dunque è una sicura indicazione toponomastica dell’esistenza di una strada romana. La microtoponomastica infatti è da considerarsi fonte certa, in quanto testimonia situazioni ambientali ed antropiche spesso non altrimenti indiziate e proprio nell’Italia Settentrionale la toponomastica, ricca di nomi locali precisi al pari di epigrafi scritte, segnala l’esistenza di una strada ormai scomparsa.

Nella nomenclatura dei luoghi restano sempre evidenti tracce di una strada romana, tanto importante fu in quell’epoca la viabilità, poiché certo, tra le opere pubbliche realizzate da Roma, quelle stradali ebbero un’indiscussa superiorità tecnica e organizzativa rispetto a tutto il mondo antico[10]. Per questa loro alta funzionalità le strade romane sono sempre state ricalcate e l’attuale via Nazionale Nord è giunta fino alla fine del ‘700 mantenendo il nome di “Strada Romana” [1].

È dunque certo che al Trebbo vi era un’insediamento romano, sorto alla confluenza di tre vie, di cui una era sicuramente costituita dal Sandalo dal momento che tuttora il Trebbo è prossimo all’alveo del Sandalo medioevale, oltre il ponte che lo collegava alla Strada Romana, i cui parapetti sono ancora in situ, nonostante il canale residuo del fiume sia stato per un tratto tombato nel 2003.

Per individuare le tre originarie direzioni, occorre osservare l’andamento delle strade, che, specie nel ferrarese, ricalcano gli argini degli antichi alvei fluviali, principali vie di comunicazione; osservando le carte, appare evidente, soprattutto nella Napoleonica (1809), che l’alzaia su cui si sviluppa via Trebbo corrisponde perfettamente alla riva destra del primo Sandalo, quello che tra via Trebbo e via Provinciale scendeva dirompente, e perciò lineare, da Portomaggiore, fino alla sua foce nella Padusa [6], quest’alzaia di via Trebbo deve dunque costituire una direzione del trivio.

Nel punto preciso del Trebbo poi arrivava da ovest il fiume Gaibana, sul cui argine destro correva la Strada Romana, l’attuale via Nazionale Nord, che sicuramente dava luogo ad un altro dei tre percorsi; nella parte terminale del letto del Gaibana s’immise poi il Sandalo medioevale e ora il canale Cantarana.

La terza direzione non poteva che essere costituita dal proseguimento dell’argine destro del Sandalo, l’odierna rampa del Frassino (ora inizio strada del Trombone), oltre la confluenza col Gaibana, argine che guidava il fiume nella sua parte terminale nella Padusa, sul cui proseguimento s’innesterà nell’VIII secolo quello sinistro del Primaro, la strada cioè verso Bologna, ora del Trombone, che tra l’altro rimase l’unica carrozzabile fino alla fine degli anni ’50, alla costruzione di via Alberello.

In conclusione i tre percorsi portavano rispettivamente a Portomaggiore, a Ferrara e a Bologna.

È interessante come l’incrocio si sia mantenuto pressoché identico: per chi proviene da Ferrara infatti, sulla ex Strada Romana, ora Nazionale Nord, arrivato al Trebbo, a parte il fatto che attualmente potrebbe proseguire dritto, mentre un tempo il corso del Sandalo gli avrebbe sbarrato la strada, si ritrova comunque a sinistra ancora Via Trebbo e a destra l’imbocco dell’argine del Primaro, attraverso la rampa del Frassino. Questa rampa è ancora chiamata così dai Consandolesi; nonostante si denomini strada del Trombone sin da qui e che la ca` Frassino, a sinistra della rampa, al di là dell’argine destro del Po di Primaro, proprio nel punto della sua curva verso est, sia stata demolita; il fatto che alla confluenza di via Nazionale Nord con la rampa del Frassino vi sia ancora un capitello, dedicato ora alla Santissima Maria Vergine e Madre, sottolinea la continuità di un’antica usanza, anzi antichissima, di porre agli incroci immagini votive apotropaiche.

Ai lati della rampa si estende la possessione Papina; nel ‘700 la terra nella parte destra, salendo sulla rampa, era tutta, fino all’odierna via Alberello, del sig. Raffaele Mai, usuario del conte Pacchieni, che aveva acquistato anche la parte oltre via Nazionale Nord, a sinistra di via Trebbo, riquadrata entro la curva ad angolo retto che la via compie verso sinistra, area tra l’altro già frazionata nell’Ottocento, con particelle appartenenti ai Bolognesi, con la lunga casa in angolo, poi verso sud ai Montanari e ai Natali. [1]

Nella parte sinistra della rampa del Frassino vi era l’originale possessione Papina, così chiamata dal proprietario Papini, che era gestita , o forse già comprata, dal sig. Giuseppe Mazza, insieme a tutto il terreno che si estendeva dai Burioni, fra via Trebbo e canale Cantarana, fino all’altezza della curva del canale. Da qui fino alle terre del Calcagnini a nord-est, la terra competeva ai Monaci di San Gabriele e dall’altra parte di via Trebbo, scendendo di seguito alla Calcagnina, i fratelli Giovanni e Gasparo Manini possedevano il terreno fino all’attuale Varionda, nome che sembra risuonare come una variazione fonetica di Barionda, a sua volta mutato da Braidona, alterazione del nome Braida, altro termine per Braglia; ipotesi sostenuta anche dal fatto che almeno due possessioni limitrofe si chiamano Braglino, una con la variante di Braglino Varionda.

Il rimanente terreno in questa parte della strada, desinente alla curva ortogonale di via Trebbo, dove appunto c’è il fondo Braglino, apparteneva al Monastero di San Gabriele, con l’usufrutto dato al sig. Liborio Bighini, come tutti gli altri terreni di San Gabriele, che, se sommati, coprono un’alta percentuale delle terre di Consandolo. Possedevano infatti tutto il territorio antistante l’attuale cimitero, la cui terra però apparteneva alla signora Gesualda Maraldi, e tutta l’area a destra di questo, dalla possessione “Il Fienile”, la lunga casa sull’argine sinistro del Sandalo medioevale, ora in parte scomparsa per lasciar posto al condominio degli anni ’60-’70, suddivisa in tanti alloggi da aver originato il borgo Fienile, probabile rustico del convento attiguo alla chiesa di San Giovanni e retrostante il forte della Stellata, pure di proprietà di San Gabriele, in pratica padrone di tutto il paese medievale di Consandolo, che con la via pubblica dei Burioni rimaneva collegato all’antico Trebbo.

Su questa via, ritornando verso il Trebbo, oltrepassato l’odierno cimitero, si incontrava a destra la terra dei Reverendi Padri Serviti, con la possessione La Rovere, fino al canale Cantarana, oltrepassato il quale, tramite il ponte detto Giuba, sulla destra si estendeva la terra del già nominato Giuseppe Mazza e sulla sinistra la “braglia e casamentivo” del sig. Matteo Cavallini e fratelli, che possedevano anche molte terre, ed altre ne avevano in affitto, lungo l’argine del Primaro. [1]

All’angolo fra via Burioni e via Trebbo, con lungo fronte prospiciente quest’ultima via, vi era il vero e proprio Trebbo, casa e cortile appartenenti alla signora Caterina Colletti, segno che quello era il punto originale del “Trivium”.