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- Via Gresolo -

 

Dal Km 0,5 di Via Provinciale a strada Gresolo (Boccalone – Bandissolo).

La via ha lo stesso nome del Casale (Ca`) Gresolo, termine riconducibile a “passo” (gradior, gressus), “percorribile”.

Data la sua ubicazione, si può senz’altro riconoscere in Gresolo l’antica “Massa Grasile”, documentata nel secolo X verso Argenta, poco più a sud della “Massa Veteraria”, cioè Portoverrara, in cui lo storico Alessandro Sardi riconosceva nel nome “Veteraria” la “Fossa Veterana”, cioè antica, ritenendola la stessa “Fossa di Bosio”, nominata nella pseudo bolla Vitaliana (Vitaliano papa, morto nel 672) immediatamente sotto Consandolo.

Le masse erano aggregati di più fondi, che, nella “Romània” del secolo X, comprendente anche il Ferrarese, non superavano in genere la superficie di km² 1; di solito la massa era chiamata con il nome del fondo principale, che spesso rifletteva una caratteristica geografica del luogo o una sua peculiare particolarità, e, poiché il fondo continuava ad esistere, mantenendo la sua funzione di insediamento agrario minore, si creava frequentemente confusione tra fondo e massa, specie negli atti notarili.

Alcune masse erano dotate di nuclei di popolamento accentrato, che in molti casi sono rimasti il punto di riferimento importante, tanto da evolversi in un persistente centro abitato, come Portoverrara; altre masse invece rappresentavano solamente un quadro sommativo di realtà insediative sparse e cioè di “Mansi” (luoghi di permanenza, poderi) e di “Casali” (terreni in cui sono ubicati edifici, case e magazzini, orti e vigne, cui facevano capo piccoli appezzamenti anche non contigui, coltivati a grano).

È forse questo il caso della “Massa Grasile”, che non ha avuto uno sviluppo del centro demico e in ciò possono aver influito sia le contese politiche ed ecclesiastiche, intercorse tra Ferrara e Ravenna per il possesso di Argenta e Portomaggiore, sia le caratteristiche ambientali.

L’ambiente di Gresolo certo era quello tipico delle masse, termine col quale appunto si designava l’ammasso, l’accorpamento cioè di zone territoriali dalle caratteristiche non uniformi, in cui si alternavano parti vallive e acquitrinose a dossi già coltivabili.

Definendo dunque tali terreni, le masse si individuavano in zone di bassa pianura, ai margini di aree paludose e boschive, che comunque venivano viste come centri potenziali di bonifica e quindi di sviluppo della colonizzazione.

Per questo le masse rivestivano per il Ferrarese un’importanza sconosciuta altrove; attorno al X secolo infatti se ne riscontravano più di venti, più del doppio di quelle rintracciate negli altri territori della “Romània”. [7]

Attorno a via Gresolo si ritrovano facilmente le tracce del suo primigenio aspetto vallivo: i nomi dei casali, quali Gorgo, Gorghetto, Gorghino, Sabbioni, Sabbioncini, Passo del Sale, indicano chiaramente la presenza di acque ora fluenti, ora salmastre, ora di bassi fondali arenilici; la Ca` Risàra inoltre esplicita come alcune parti di valle siano state mantenute irrigue per la coltivazione del riso, che in Italia si pratica dal 1468.

Inequivocabilmente Dosso Campana, così chiamato forse per la sua forma, a meno di non rintracciare un antico proprietario di tal nome, con la sua quota di m 1,478 esprime la presenza di cordoli e dossi che punteggiavano l’area, come l’altura della stessa Ca` Gresolo, che si eleva di un metro sulla circostante quota di 76 centimetri e come il rilievo della possessione Brugnaretta Pezzoli (dal nome del passato proprietario), che si innalzava con una certa imponenza, dati i suoi due metri e mezzo di altezza sull’immediata area ai suoi piedi di 10-20 centimetri, che è appunto tuttora chiamata “La Bassa”.

L’altura è stata spianata alla fine del secolo scorso, ma la sua forma disegna ancora la precedente ansa valliva e il suo nome, essendo un fitonimico, indica come qui anticamente vi fossero dei prugnoli (o susini) e, siano stati essi selvatici o coltivati, di certo affondavano le radici su di un terreno già solido, terreno per altro impregnato di gas metano, tanto da far ribollire intensamente l’acqua del pozzo, anch’esso demolito insieme alla casa.

In zone simili, dove dominavano gli incolti e le paludi e il popolamento era rado, non vi erano condizioni favorevoli al sorgere di signorie locali, anzi il bisogno di manodopera per il dissodamento delle masse e per la bonifica delle paludi rese meno rigido il controllo dei grandi proprietari laici e degli enti ecclesiastici e determinò sia rapporti meno pesanti di lavoro che concessioni di terreno ad uso enfiteutico  a piccoli e medi possessori, a cui non fu impossibile diventarne poi proprietari a pieno titolo.

Tale situazione può dunque aver favorito il fenomeno sia della persistenza che della neoformazione di comunità di uomini liberi: gli Arimanni (dal tedesco Heer esercito - Mann uomo), che presso gli antichi Germani erano uomini liberi, anche se soggetti a vari obblighi, tra cui principalmente quello militare.

Fonti documentarie infatti accertano che nel 970 Consandolo, giusto al limite sud-ovest della massa “Grasile”, era una Arimannia, una comunità cioè di uomini liberi, sia che vi si fossero stanziati fin dall’arrivo dei Longobardi, sia che i coloni avessero raggiunto l’autonomia in seguito per aggregazione consortile.

È probabile che in quest’epoca, in qualche casale della massa si sia sviluppato un “castrum” o castello, che dalla costruzione fortificata in funzione militare dell’epoca bizantino - longobarda, a partire dal X secolo, si impiantò quale protezione in vecchi insediamenti, spesso costituiti da aziende agricole di tipo curtense (cortes o villae). I promotori di questi “castra”, laici ed ecclesiastici, si trasformarono da signori fondiari in signori territoriali, atti a compiere pubbliche funzioni, così il loro centro castrense diventava la corte agricola dominante [7] e per questo nelle nostre zone i contadini, ancora nel secondo dopoguerra, dicevano di “andare in corte” quando dovevano consegnare i loro prodotti all’azienda principale.

Rimane, come spesso, una traccia di questo momento storico nella nomenclatura del luogo chiamato Turchetto, o nel ’700 Torchetto, che viene riportato sia dal Catasto Napoleonico (1809) che dalla Carta Austriaca del Ferrarese (1812-16) come “Ca’ Castrine”, corredato da una pianta a “U” del casale, esplicativa della sua costruzione ad ali di chiusura e protezione. [2]

In seguito parte della vasta zona Gresolo, estesa a due Comuni (Argenta e Portomaggiore) e a più paesi, fu la protagonista degli avvenimenti politici a partire proprio dal 1200 [13], quando il trattato di pace tra Ferrara e Ravenna stabiliva le competenze delle due giurisdizioni e si fissò nella Fossa di Bosio, riconosciuta nel condotto Passo del Sale, il confine dei territori di Ferrara e in Budareno o Badareno o Padareno (secondo i documenti), identificata all’incirca nel condotto Doccia e via Arginello di Boccaleone, il limite territoriale di Ravenna. Si creò così una “zona franca”, designata come “Terreno tra le due Fosse [21A] e [21B], con base sul Po di Primaro e apice per la nostra zona a Ca’ del Biscio o Biscia o Bisce o Buca Bisse.

Ha sempre destato curiosità questo nome che in dialetto suona “cà’ dìl bìs” al femminile plurale, che ha originato le svariate associazioni con biscia; in realtà il dialetto traduceva il termine “bisse”, che con la variante bisso si ritrova anche nella possessione settecentesca sita alla Piazzetta; in entrambi i casi la terra è collocata in un paleoalveo di fiume.

L’etimologia del vocabolo conferma quanto la concordanza tra luogo e nome sia precisa: infatti il nome bisso (da βυσσóς - byssòs > βuθóς - bythòs) significa fondo, profondità, così come buco; è quindi il fondo del letto del Sandalo in un caso e il fondo rimasto del Budareno nel caso del Gresolo.

Qui la terra fra le due fosse è evidentemente rimasta con una giurisdizione particolare almeno fino al Settecento, quando ancora sulle carte la si evidenziava a parte. Corrisponde più o meno a tutta l’area dei Sabbioni che, frantumata in tanti poderi “ Sabbioni e Sabbioncini”, va dal condotto Passo del Sale a via Arginello, allora via della Bassa, fiancheggiata dal condotto della Dozzia.

Per il resto nel ’700 la situazione in zona Gresolo si era già fissata con lo stesso frazionamento di poderi che si riscontra a tutt’oggi e fra i proprietari solo due erano aristocratici, visto che la possessione Linerolo del conte Cristofo Macini è sotto Portomaggiore: il marchese Luigi Canonici, padrone di Cantarana, e il conte Gnoli dal Finale, che aveva il Gresolo e uno dei Gorghi. Le possessioni Gorgo erano infatti quattro (motivo per cui oggi ci sono il Gorgo, il Gorghetto e il Gorghino) e le altre tre appartenevano una ai Reverendi Monaci di San Gabriele, un’altra all’eredità Vandini, che possedeva tutta l’area fra via Gresolo e odierna via Celese, fino al Po di Primaro a sud, e l’altra ancora al sig. Carlo Scacerni, che deteneva in Gresolo vaste proprietà e a cui risale il nome di un attuale condotto e della relativa idrovora.

Un buon numero di possedimenti era qui tenuto anche dalla Chiesa, tra Beneficio, proprietà diretta e attraverso le Confraternite, sia del Santissimo Sacramento che di Santa Croce. Prevalevano inoltre, per la maggior quantità di terreno posseduto, gli Zaffagnini, da cui la “Zanfagnìna”, i Maraldi, che hanno dato il nome alla proprietà, che prima si chiamava “Ca’ Nova”, per distinguerla da “Ca’ Vècia”, che si denominava invece “Le Bianche” (forse il plurale per via dei due casali) e certamente i Manini che, oltre ad essere usufruttuari di Santa Croce, erano padroni della Risàra, del Brajone, della Pioppara e del Turchetto, che si estendeva anche oltre via Gresolo. [1]

In questa via, immediatamente dopo gli anni ’10 dell’Ottocento, sarebbe dovuto sorgere il “Cimitero Comunale per la Parrocchia di Consandolo”, quando il governo napoleonico lo fece togliere dalla piazza, ma il progetto non venne accolto.

Il lotto di terra scelto per la prelazione apparteneva al sig. Antonio Angelini di Ferrara, un riquadro di terreno, delimitato da fossi, completamente circondato dalle proprietà dei fratelli Manini, il cui lato nord si affacciava in via Gresolo, che all’epoca era costeggiata da ambo le parti da fossi di una certa consistenza, dato che si prevedeva la costruzione di un ponticello d’accesso di sei metri di larghezza, con disegno allegato al progetto.

Il cimitero quadrangolare sarebbe stato dotato di una cappella centrale nel muro opposto al cancello d’ingresso, che, largo due metri, si sarebbe aperto di fronte al ponte, a breve distanza. Si sarebbe dovuto costruire nell’angolo nord-ovest dell’appezzamento, occupandone un po’ più di un quarto di area e lasciandone libero il resto.

Per identificare il luogo si può esaminare l’orientamento del disegno, che lo indica chiaramente alla destra di via Gresolo, imboccandola da via Provinciale, inoltre o si colloca l’area di fronte al Turchetto, dove i Manini avevano già alcune proprietà, o si considera il fatto che essi all’inizio dell’Ottocento avevano acquistato praticamente tutte le terre dell’Eredità Vandini e che quindi possedevano un’estensione che andava da dove oggi passa la “bretella”, fino ai possedimenti della Chiesa (lòg dla Césa); si può pensare quindi che il luogo scelto dovesse essere più o meno di fronte allo sbocco in via Gresolo dello stradone di Santa Croce. Il documento infatti parla del casale di Angelini e, in quest’area, l’unica casa colonica esistente nell’Ottocento, ora demolita, si trovava in questa zona; rifiutato il progetto e costruito il cimitero in via Provinciale, il lotto deve essere stato acquistato dai Manini, che unificarono così le loro proprietà, perché tuttora l’intera area appartiene agli eredi Manini.

Via Gresolo sembra immutata nel tempo: anche oggi ai suoi lati si affacciano case abbastanza distanziate fra loro e inserite quasi tutte nei loro poderi, che introducono ad altri fondi e all’insediamento sparso; molte abitazioni sono vuote, ma altre accolgono ancora gli agricoltori dediti alle loro terre.

I folti frutteti degli anni ’60 – ’80 non esistono più e prevalgono le ampie distese dei seminativi, che hanno riportato la via al suo aspetto d’anteguerra.