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- Via della Braglia Nuova -

 

 

Da Strada dell’Olmo e della Marianna a via G. Matteotti (Benvignante).

(Demaniale non di uso pubblico)

 

La via si denomina dalla possessione Braglia Nuova, in cui “nuova” di solito non si riferisce alla terra, ma alla casa che su quel fondo viene costruita o ricostruita.

Nel caso di questa possessione vi sono le prove certe di quando fu eretto il nuovo casale, poiché nell’edificio si trovano ancora due targhe in terracotta che ne attestano l’una il nome del fondo: “Braglia Nuova”, l’altra il nome di chi lo gestiva e l’anno di erezione:”Giobatta Pasi 1742”. Nel Catasto Carafa, che mostra la situazione circa trent’anni dopo, si legge che il sig. Pasi Gio:Bàtta (Giovanni Battista) era usuario (usufruttuario) per le ragioni Ariosti del (terreno) nominato La Ca-nova.

La mappatura inoltre indica chiaramente che il fondo si stendeva fino all’attuale via Matteotti a Benvignante, confinando così per un tratto con l’area attorno al Torrione, in cui, per traduzione orale, si ricorda fosse funzionante una grande fornace, la cui esistenza è confermata nel Catasto Carafa, che documenta come il sig. marchese Teofilo Calcagnini fosse il proprietario del “terreno detto Le Fornaci, parte della possessione di Benvignante”, che corrisponde appunto al parco della Delizia. Può anche essere che queste fornaci siano state proprio allestite attorno al 1464, per cuocere i laterizi necessari alla costruzione di questo castello.

Sulla facciata della casa del fondo Braglia Nuova vi è anche un’insegna che recita: “Rotta ed inondazione di Reno delli 14 settembre 1842” e che reca anche il livello raggiunto dall’acqua, a mt. 2,13 dal piano del marciapiede, che si eleva di circa un metro sulla quota media del circostante terreno. Ciò significa che il livello dell’acqua esondata dal Reno fra Traghetto e Ospital Monacale, invadendo Benvignante, arrivò qui a superare i tre metri.

Questo disastroso evento è appuntato, con una posteriore nota a matita, anche sulla mappa del Catasto Carafa, in cui si vede anche che il corso dell’allora “Strada Pubblica” è assolutamente identico a quello dell’odierna via Braglia Nuova.

Riguardo a Braglia, o meglio Braja, appare chiaro che è un termine tanto preminente nella nostra zona, da indicare sicuramente qualcosa di primaria importanza; a Consandolo risulta essere la base su cui sembrano impiantarsi quasi tutti i fondi agrari, che, anche là dove non ne portano il nome, pure ne hanno traccia nei loro appezzamenti.

La parola Braglia è anche utilizzata in tutte le alterazioni del nome, da Braglino a Braglione (al maschile), da Braiola a Bragliazza (al femminile), sia al singolare che al plurale; gli stessi vocaboli sono ricorrenti in molte possessioni, pur se distanti, che si distinguono a volte dal nome dei proprietari o più spesso da aggettivi, quali bianca o, appunto, nuova.

Per quel che concerne il significato del nome Braglia, lo storico Forni, in accordo con altri, sostiene essere quello di luogo basso, acquitrinoso, avvalendosi per questo di estimi dei sec. XIII e XIV, in cui vi sono indicate, nel nostro territorio, diverse località paludose col nome di Braja o Braida.

L’etimologia conferma questa accezione, a partire dall’italiano ” brago”, appunto palude e fango, che risale alla parola greca βράχος (bràcos), derivante a sua volta da βραχύς (bracùs = lento, breve), che indica un bassofondo con acqua, in cui essa scorre lentamente, ristagna e si ricopre di schiuma.

Questo corrisponde perfettamente alla situazione valliva e paludosa, che ha caratterizzato la zona fra i rami del delta del Po e l’originario ambiente di Consandolo; quelle aree, più o meno vaste, di acquitrini però, forse proprio per il fatto di non essere profonde, si sono prosciugate per prime, offrendo così un suolo già quasi pronto al dissodamento.

Nel Catasto Carafa (1770) infatti, dove ogni singola possessione è suddivisa in base all’imponibile in “Abbragliato, campagnolo (Camporaiuolo = affittato), Sabbionivo, Prativo, Pascolo e Vallivo”, risulta chiaro che l’abbragliato è costituito dagli appezzamenti di seminativo, in quanto casamentivi, vigne, orti e broili (alberati) sono considerati a parte.

La diversa estensione dei primitivi acquitrini dal basso fondale spiegherebbe anche le varie alterazioni del nome usate per definirle.

Capita anche di trovare Braja col significato di mulino o comunque accostato ad esso; ciò è dovuto allo schiumare dell’acqua delle braglie che ha richiamato lo spumeggiare delle gore.

Una di queste data all’anno 360 a.c. il momento in cui un celta dei Galli Boi, Galligo, in qualche modo legato all’acqua del canale che ne porta il nome, sposa Braja, figlia di Brajo, ”uom principale della terra”, e da questo connubio di acqua e terra sarebbe nato il mulino.

Si potrebbe interpretare questa leggenda come l’espressione dell’integrazione dei popoli celti invasori con i preesistenti abitanti stanziali, legati alla terra e alla produzione agricola. [19]