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Francesco Bertoldi

 

 

1796

 

Mercoledì 31 detto

Fu pubblicata la legge del giorno 27 vendemmiatore anno VII repubblicano (18 ottobre v. s.) che divide il dipartimento del Basso Po in undici distretti e in tre circondari di tribunali correzionali, il VI dei quali distretti è quello di Fossa Marina di cui è capoluogo Argenta, il quale contiene Argenta, Primaro che comprende Longastrino, Filo, San Biagio, Argenta, Bocaleone, Consandolo, Traghetto, Ospitai Monacale, Molinella Ferrarese, San Nicolo, Monte Santo, Monestirolo, e che ha per popolazione 10.200. In seguito di un proclama del direttorio esecutivo al popolo cisalpino e della legge già promulgata in data del primo brumaire (22 ottobre), in cui fu ordinato in sostanza che il popolo si dovesse adunare nei capiluoghi affine di tenervi le assemblee primarie, onde dare il libero suo voto per l'accettazione dell'atto costituzionale, accettazione che non ammette veruna discussione e tutto deve compiersi in una sola seduta, ed il voto per accettare o ricusare l'atto costituzionale dee darsi per si o per no a voce.

Stamattina giovedì primo giorno di novembre nella nostra chiesa di San Nicolo, si è tenuta la detta ordinata assemblea in cui hanno avuta voce tutti quei cittadini che avendo compiti gli anni 17 dimorano per due anni nel territorio della Repubblica, e quelli pure che non avendo ancora questo domicilio, abbiano conseguita la cittadinanza. L'assemblea si è tenuta alla presenza del cittadino Luigi Pietrobelli ferrarese che, in qualità di commissario specialmente deputato, venne iersera ad Argenta per assistervi col cittadino Coatti suo aiutante. Pochi sono stati i cittadini intervenutivi, ed allorché sono essi stati richiesti del loro voto, tutti ad una voce e replicatamente l'hanno dato pel no, talmente che non può dirsi che un solo abbia accettato l'atto costituzionale. Terminata l'assemblea ha il commissario, col suo aiutante ed i suoi due servi, pranzato e quindi tutti sono partiti di ritorno a Portomaggiore ed a Ferrara.

 

Memorie dei fatti avvenuti

Dal dì 28 marzo del 1799 a tutto il mese di dicembre

 

Mercoledì 17 aprile

Alle ore undici erano i ritenuti in tutto 28. Nella stalla Stignani, avendo i nostri ritrovati sette cavalli, tra quali quello del comandante Valeriane Chiarati, tutti li fermarono e posero guardie alla loro custodia.

Alle ore 11 circa dalla casa del Manica fu condotto alla residenza municipale il detto capitano. Tutti gli altri arrestati, di mano in mano che seguì il loro arresto, furono condotti sul granaio pubblico posto in piazza, ivi chiusi e guardati da sentinella. L'insurrezione dei nostri avvenne senza il consentimento e senza ordine alcuno né del capitano, già fatto da nostri nella sera dei 15 in Nicolo Brusì, né d'altra persona costituita in autorità, anzi esso Brusì ed il capo battaglione Angelo Manica allorché sentirono il detto tiro di fucile dal caffè dove erano, se ne fuggirono. I motori principali poi del tumulto, tutti convengono che furono Egidio Bragliani (che da prima l'eccitò col tiro d'una pistola, chi dice scaricata a bella posta, chi per accidente, nella strada di dietro alla chiesa di San Nicolo), il sopradetto Domenico Mainardi, Domenico Turrini, Giacomo Bennati, Fabio Michelini e Giovanni Dotti. Seguiti i primi arresti nello scompiglio, eccitatisi (come raccontò poscia quale testimonio occulare (sic) Antonio Palanchini nel caffè alla presenza di parecchi astanti la mattina dei 23 aprile) Giovanni Sinibaldi ed Angelo Muratori, presi due cavalli, su questi sconsigliatamente portaronsi alla Molinella a dare avviso di quanto succedeva al comandante di quella guardia nazionale Francesco del fu Paolo Ungarelli, e invitato a venir qua colle sue genti in rinforzo de' nostri. Aderì egli all'invito e circa le ore 11 italiane si ritrovò co suoi soldati e banda militare al passo del Cavedone. Avutasi di ciò notizia e riflettendosi che la venuta di questa milizia poteva accrescere, ma non diminuire, nel paese il disordine, alcuni de nostri portaronsi a parlargli, e l'indussero a retrocedere, dopo di averlo condotto in Argenta ben accolto da tutti insieme con due de' suoi ufficiali a veder gli arrestati. Venuti in Argenta con tutta urbanità partì dopo servito di caffè e rosogli nella residenza municipale. Scudi 3 di pane e due mastelli di vino mandò la municipalità alla sua gente ed altre prove a lui furono date di buona corrispondenza e amicizia. Poco prima della detta ora, il così detto capitano imperiale dimostrassi desideroso di confessarsi. Io fui chiamato e da me si confessò egli nella stanza della municiplaità in cui si ritrovava ritenuto; ed altra volta un'ora dopo si confessò pure l'arciprete Randi, temendo d'essere in quel punto fucilato, perché essendosi espresso il detto Ungarelli di volerlo in poter suo per trasferirlo a Bologna ed a lui aderendo il dottor Giuseppe Pradelli e (il) dottor Giovanni Battista Ferri. Pio Capra disse che quando si avesse voluta la sua morte, l'avrebbe avuta in Argenta e non altrove, e tale era l'intenzione del popolo nel caso ch'egli fosse stato condannato ad esser fucilato.

Prima del mezzo giorno, fu esso quindi trasferito nella residenza del governo e chiuso nelle stanze già destinate per gli uffiziali della guardia civica insieme con Antonio Villani da Consandolo, chirurgo di Gambulaga ed uno dei sergenti della truppa. Anche gli altri arrestati che stavano chiusi né pubblici granai a quali fu passata dalla municipalità la razione di pane e vino, circa le ore venti furono tradotti nelle pubbliche carceri.

Nel dopo pranzo la nostra municipalità fece affiggere proclama, sottoscritto pel presidente dal commissario municipale Francesco Balla, con cui invitava il popolo a non desistere di vegliare per la comune difesa della patria e pel buono ordine delle cose nel paese. A sera si vide sull'arme un buon numero di nostri civici destinati a pattugliare tutta la notte, e fu rinnovata la corda della campana dell'orologio per suonarla a martello in caso d'occorenza. Circa le ore sei ritornò da Lugo un espresso colà mandato dalla nostra municipalità con lettera di qué municipali, che esibivano truppe armate in rinforzo della nostra qualora ne abbisognasse.

 

Sabato 20 aprile

Erano le ore 9 che tutto il paese era tranquillo, né cosa era avvenuta, né erasi udita che avesse perturbato la quiete, quand'ecco arriva il dottor Giuseppe Predelli di ritorno da Bologna, ov'era stato spedito il giorno avanti dalla nostra municipalità con lettera di essa notificante a quella Centrale ch'era desiderio degli Argentani di tener in ostaggio gli arrestati, 28 insorgenti, sino a sorte decisa da Ferrara. Fa egli subito raunare i municipalisti e i già nominati per amministratori provvisori, e presenta ad essi la risposta della Centrale di Bologna, che in sostanza ingiungeva alla municipalità nostra di agir di concerto col comandante Ungarelli per la consegna e condotta de' detenuti a Bologna, con espressioni di minacce in caso di renuenza. A questa risposta (di cui fecesi perduto l'originale senza essersene tenuta copia), non convengono i raunati intorno alla determinazione da prendersi e, mentre stanno discutendo il punto, mentre il Predelli studiasi d'indurre con allettanti parole e maniere piacevoli non meno i deputati che i capi della nostra guardia, alla consegna degli arrestati, anzi a condurli essi alla Molinella ed ivi poi ad unirsi a quella milizia e insieme scortarli fra gli applausi al suono della banda militare, e come in glorioso trionfo a Bologna; nell'atto ch'egli insiste - dicendo che avendo il comandante Ungarelli accordata la dilazione d'un giorno intero incominciando dalle ore 9 antimeridiane del di 30 germile per ispedire staffetta alla Centrale di Bologna e di Ferrara a fin di sentire le loro risoluzioni, e che essendo già spirato un tal termine, non deesi soprassedere di più; e per lo contrario pretendono altri che non si debbono consegnare i ritenuti se prima non abbiasi la risposta dall'Amministrazione centrale del Basso Po di cui tutti stavano in aspettazione - ecco sopravvenire a cavallo un espresso dal Traghetto recante la nuova che l'Ungarelli colla sua truppa, al passo detto delle Canne, tenta di transitare il Po per venire ad Argenta, che le guardie dei Traghettani gli si sono opposte e che si fa fuoco dall'una e dall'altra parte. Si divulga subito la notizia, si eccita un tumulto universale: chi si da alla fuga, chi si affacenda per nascondere, trasportare fuori di casa il migliore, chi corre all'armi, suonasi a stormo tanto la campana dell'orologio, quanto la maggiore di San lacopo, grida, pianti, clamori s'odono per ogni contrada, tutto il paese è sossopra, in iscompiglio in una somma costernazione. Sciolto il congresso de' nostri municipali e deputati parte della municipalità, il dottor Predelli è trovato esso sull'argine del Po dirimpetto al palazzo Gavassini da Domenico Mainardi e da Luigi Banzi, questi lo rampognano come traditore della patria, gli si avventano centra minacciando d'ucciderlo, e di fatto l'avrebbero privato di vita se l'arciprete Randi non facevasi suo mediatore esortandoli e pregandoli a non offenderlo, con discolparlo della taccia a lui ascritta. Pien di timore e confuso, monta egli in un sediolo, parte, va a Consandolo e da colà s'inoltra al Traghetto, dove corre nuovamente pericolo d'essere ammazzato da quei sollevati.

Intanto si sa che tutta la riviera nostra è qua e là guardata da armati, che in rinforzo de Traghettani è venuto il sergente Giulio Capra con una truppa di 60 uomini, che essi valorosamente e con intrepidezza contrastano il passaggio del Po alla truppa dell'Ungarelli, che facevasi fuoco (vedi il rapporto di questo fatto dato da Prospero Vallini, tenente e capo pattuglia). Lo scompiglio di Argenta durò sino alle ore 23 circa, andava scemando di mano in mano che venivan messi recanti l'avviso che quelli della Molinella avevano dato addietro per la grande resistenza incontrata al passo delle Canne, e del tutto cessò quindi all'arrivo di reverendo Giovanni Romagnoli ritornato da Ferrara, dove era stato spedito nel precedente giorno, il quale portò lettera di quella Centrale in cui leggevasi che, nella circostanza a lei annunciata dalla municipalità nostra, riponendo l'Amministrazione centrale tutta la fiducia nella sua prudenza, conveniva che qualora essa potesse compromettersi di custodire validamente in ostaggio i detenuti a costo d'impetrare ogni aiuto dalle guardie nazionali delle convicine comuni, si attenesse pure alla misura da lei proposta di soprassedere circa alla destinata consegnazione, e che quel commissario straordinario scriveva lettera al comandante della guardia nazionale della Molinella, che desistesse dal pretendere la consegna concertata da prima, prestandosi in vece per quanto era colla nostra municipalità combinabile a proteggere colle sue forze la nostra attuale circostanza. Subito fu spedita staffetta alla Centrale di Bologna ed al comandante Ungarelli con gli opportuni dispacci della Centrale di Ferrara e della municipalità, e frattanto, per ogni buona precauzione, non si desistette dalla nostra guardia di vegliare e di stare preparata ad accorrere ad ogni bisogno.

Prima delle ore 23 guardato da contadini armati di forconi, venne condotto al quartiere Pio Sinibaldi. Con tutta urbanità fu tenuto in arresto sin dopo le 24 e quindi rilasciato coll'obbligo di costituirsi ad ogni chiamata. Il motivo per cui venne arrestato fu l'esser egli uno dei due che mossero, indussero, sollecitarono il capo battaglione della Molinella Ungarelli a venire ad Argenta. Venuta la notte, alle ore 2, arrivò un messo da Portomaggiore con due lettere notificanti ch'erano colà giunti alcuni austriaci, che loro teneva dietro della truppa e che nel susseguente giorno sarebbero venuti ad Argenta. Alcuni de' nostri andarono a Porto per accertarsi della verità, e ritornarono colla notizia che v'erano sei tedeschi alla testa di altra masnada d'insorgenti. Come le guardie del Traghetto vollero i tre passi e le barche di qué siti sotto i loro occhi ed in loro potere, così anche i nostri in balia loro vollero tutte le barche le quali erano in Po, da Consandolo ad Argenta, e per ciò le fecero venire al Cavedone dove furono assicurate e sempre guardate.

 

Domenica 21 aprile

Essendosi avuto contezza che la detta truppa si era già posta in cammino alla volta di Argenta, tutti stavano in curiosità ed aspettazione della sua venuta. Dopo il mezzo giorno prevenne il suo arrivo la condotta da Porto ad Argenta di due buoi tolti a Giovanni Orsoni, uno di qué giurati e de' principali decisi patriotti. Subito ne fu macellato uno per la brigata e l'altro si tenne vivo. Indi vennero su cavalli a briglie sciolte il prete don Giovanni Romagnoli, il cittadino Pietro Terzi ed il cittadino Giuseppe Bighini (sic) coll'awiso che gli armati in buon ordine e con tutta quiete si approssimavano. Dietro loro venne un legno della nostra posta, in cui erano il cittadino Carlo Recchi di Consandolo, il nostro arciprete di San Nicolo don Lorenzo Antonio Randi ed il cittadino Tommaso Mazzolani portatisi poco prima ad incontrare la truppa alla Beccara col caporale degli Austriaci o sieno Croati ch'erano alla di lei testa. Al loro arrivo ed alla relazione data di ciò che sapevano ed avevano veduto, alla ringhiera della residenza della municipalità fu esposta la bandiera imperiale; al tocco del tamburo si raccolse la nostra soldatesca, questa in una sola ala fu schierata dalla porta della piazza sin quasi alla casa parrocchiale di San Nicolo dalla parte opposta al Monte di Pietà; cominciarono a suonare le campane di San lacopo, di San Nicolo, di San Francesco e la campanella della torre dell'orologio, ed il popolo proruppe in lieti applausi gridando: «Viva l'imperatore». Pervenuta la truppa alla chiusa porta, denominata ultimamente degli Scalini, fu incontrata dal caporale austriaco e dal cittadino Brusi capitano de' nostri, e quindi seguì il di lei ingresso in Argenta.

Precedeva Filippo Zogoli qual capitano della brigata, il detto Brusi, il caporale ed altri cinque Croati, poscia venivano tutti gl'insorgenti armati, chi di fucile ed armi da taglio, chi di solo archibuso e chi di schioppo e pistole, in numero di cento ottanta. Prima ch'entrassero nel paese si fece loro incontro il dottor Carlo Gnaccarini, e gridando replicatamente evviva, alzando colla mano il cappello, disse: «Siate i benvenuti angeli tutelari, siate i benvenuti o angeli della pace venuti a liberarci dall'oppressione dei tiranni». Entrati nella terra alle ore 18 italiane, divise in due ali si schierarono nella piazza dov'era l'abbruciato Albero della Libertà e quindi, andato il Zogoli co sei austriaci ed altri nella residenza consolare, il restante della truppa rimase alla rinfusa in piazza. Esibì subito il Zogoli i certificati che aveva. Leggevasi in uno: «II signor Filippo Zogoli ha preso il mandato per l'arruolamento favorevole pel popolo suo. Pontelagoscuro 18 aprile 1799 Oresckovich colonello». Stava scritto nell'altro: «Per ordine del colonello Oresckovich si diano sei uomini della mia compagnia a Filippo Zogoli, capo degli insorgenti di Crespino, per tre giorni.

Francolino, li 19 aprile 1799 Mravovich m. p. capitano». Di tali due recapiti se ne fecero immediatamente le copie dal segretario municipale, e queste furono pubblicate da uno dei nunzi a suon di tromba dalla ringhiera, e quindi affisse alle colonne della municipale residenza. Ciò fattosi il Zogoli con gli altri sopraddetti pertossi alla fabbrica de pubblici granai dove stavano chiusi 26 dei detenuti, fu aperta dal capitano Nicolo Brusi accompagnato da tre de' suoi uffiziali ch'erano Saverio Bandi, Lodovico Pontini e Domenico Torini e, tutti entrati, fu notificata agli arrestati la libertà che ad essi concedevasi. Uscirono per ciò essi, e dopo di aver udita la breve parlata loro fatta in piazza dal capitano Zogoli, e la sua esortazione di riconoscersi sudditi di sua maestà l'imperatore, e d'esser a lui fedeli, lietissimi e frettolosi concordemente portaronsi alla chiesa a ringraziare Dio e San Nicolo della grazia ottenuta.

Parimente ebbe dal Zogoli la libertà l'altro detenuto Antonio Villani ch'era in compagnia del capo Valeriane Chiarati e ad esso Chiarati egli confermò l'arresto dicendogli ch'egli teneva ordine di condurlo al campo austriaco. Poco prima delle ore 23, essendo nata qualche contesa fra alcuni degli insorgenti e dei nostri, per ovviare ad ogni disordine fu affissa notificazione sottoscritta dal capitano Nicolo Brusi e dal cittadino Pietro Terzi, con cui prescrivevasi che i soldati nostri dovessero guardare l'interno del paese e che i soldati insorgenti mezz'ora circa prima dell'Ave Maria dovessero ritirarsi al quartiere assegnatogli. Per quartiere erano loro stati destinati i granai pubblici ed il convento di San Domenico, ma tutti all'ora fissata furono pronti a ritirarsi soltanto nel convento, a riserva de' Croati ch'ebbero l'alloggio. Continuando le nostre turbolenze, alcuni devoti determinarono di proseguire a tener esposta la statua e reliquia di San Nicolo. La notte si passò con somma quiete perché non avvenne nessun inconveniente che ci perturbasse. Dal rapporto dato da Prospero Valini tenente e capo patuglia al cittadino comandante del circondario della Molinella, mandato in copia alla nostra municipalità, da noi si seppe che nel dì stesso 21 aprile, un'ora dopo il mezzo giorno, ritrovandosi esso Vallini capo di pattuglia di circa 20 uomini su gli argini del Reno in confine del Basso Po, e precisamente centra il Traghetto, vide un corpo di gente armata a capo della quale era un sacerdote, e vedendo che la medesima era in istato di batterlo, credette bene il dire evviva la Repubblica dichiarandosi d'essere ivi per guardare soltanto il confine di quel dipartimento. Espose nel rapporto che il prete risposegli: «Proseguite pure il vostro viaggio, evviva, evviva la Repubblica», ma appena fatti pochi passi del detto corpo di gente, contra di lui e contra i suoi uomini furono scagliate dai 20 ai 25 archibusate, e per ciò, per aver seco poca gente, fu in necessità di fuggire.

 

Mercoledì 24 aprile

Avendo la nostra municipalità scritta lettera al comandante Ungarelli, acciocché lasciasse in libertà Antonio Francesco Ferri, uno dei nostri ostaggi dati nel dì 19, rispose che l'avrebbe rilasciato avuti i riscontri che attendeva dalla Centrale di Bologna.

Tra le ore 19 e 20 venne espresso da Consandolo spedito da Carlo Recchi, il quale recò la notizia che un uomo di lui avendo passato il Po incontrossi in una pattuglia della guardia nazionale della Molinella, da cui gli furono tolti i denari che aveva in somma di baiocchi 12 e che, dopo di averlo insultato con isputargli in faccia, il lasciò in libertà.

Alle ore 23 circa, sospettando i Traghettani che si facessero lavori di fortificazione di là del Po superiormente al Morgone a due capanne che ivi sono del comandante Ungarelli, passarono il fiume e quantunque non trovassero verificato il sospetto loro, arrestarono un rustico ed un adetto al servigio dello stesso Ungarelli e li condussero al loro quartiere.

Altro arresto fu anco fatto da nostri alla testa de' quali era il capitano Nicolo Brusì, nella persona di Bartolomeo Zambelli della Molinella sartore, che circa le ore quattro della notte ritrovarono sul fienile del dottor Ferri al Cavedone.

 

Giovedì 25 aprile

Ritornati nella sera del dì precedente dal campo di Pontelagoscuro il dottor Francesco Balla ed Enrico Aleotti, che non per deputazione d'essi fatta del popolo, ma di lor volontà, secondata e favorita da alcuni, partirono a quella volta nella mattina del dì 21 circa le ore tredici, si portarono in municipalità a fine di renderla intesa del loro operato e dell'ottenuto dal signor Daniele Òteckovich colonello di Sua Maestà l'imperatore, comandante le truppe austriache di Pontelagoscuro. Si raunarono tosto in congresso alcuni de' municipalisti, dei deputati dal capitano Chiarati pel governo amministrativo provvisorio ed altri, e dopo il più serio esame dell'affare, determinarono che si notificasse al pubblico l'esito dell'andata dei suddetti Balla ed Aleotti, e per ciò tra le ore 16 e 17 fu affissa la seguente notificazione.

Subito fu di nuovo esposta la bandiera imperiale già levata dopo la partenza del capitano Zogoli, altra ne mandò la comunità alla guardia dei bravi Traghettani ed a quella del passo della Bastia, parimenti furono spedite copie della notificazione a tutti i luoghi del distretto di Fossa Marina.

I pochissimi che ancor portavano nel cappello la coccarda cisalpina la deposero e cominciossi a far uso degli antichi titoli in proclami e nelle lettere del pubblico: di «signore» in luogo di quello di «cittadino», di «comunità» in luogo di quello di «municipalità», di «residenza comunale» in vece dell'altro di «residenza municipale», ed i più vivi contrasegni di allegrezza spiegarono il prezzo che dava tutta Argenta alla felice liberazione.

Sul mezzo giorno seguì l'arresto di Domenico Berlocchi della Molinella ed il capitano degli insorgenti Filippo Zogoli scrisse lettera al capitano della nostra guardia avvisandolo che per impedire l'invasione del nemico avevano quelli pensato di formare un campo in Consandolo e di armarlo, come di fatto avevano eseguito. E per ciò, avendo Argenta bisogno di soccorso, essi sarebbero stati pronti a prestarlo con tutte le forze. I capi di questo attruppamento erano Filippo Zogoli capitano, Giacinto Bolognesi e Giuseppe Maraldi di Consandolo, Giacomo Filippo Biavati bolognese, Gregorio Casanuova delle Papozze, Luigi Montanari di Lugo. In questo giorno Giacomo Ferraroli di Boccaleone fece attestato a rogito del notaio e segretario Torri, che trovandosi nella Molinella per lavorare le forme da scarpe, e precisamente allorquando doveva venire per la seconda volta il comandante Ungarelli alla direzione d'Argenta, udì tutta l'ufficialità e parecchi soldati del detto Ungarelli asserire che gli ordini ricevuti dalla Centrale del Reno erano di limitarsi nella fronte del Po rispettivamente al loro distretto, senza azzardarsi di passare lo stesso Po.

Alle ore 23 1/2 fu esposta ed appesa sopra l'ingresso della residenza comunitativa l'arme imperiale dipinta in legno fra i popolari applausi.

Altresì fu affissa notificazione d'invito a qué tutti che volevano arruolarsi alla compagnia de' volontari, che doveva formarsi dal signor Enrico Aleotti deputato comandante ad organizzarsi colla scelta degli uffiziali, ad intervenire nella mattina del 26 alle ore 14 nella pubblica residenza per sentire le misure da prendersi pel buon sistema e regolamento. Leggevasi in essa che quelli i quali si sarebbero ascritti a questa compagnia, non dovevano avere il soldo se non quando fossero stati impiegati nell'attuale servizio.

Nell'osteria della Bastia, circa le ore 21, da quella guardia fu arrestato certo Michele Quadri, milanese dimorante in Massa Lombarda, per essersi a lui trovate in tasca varie carte fra le quali una picciola pianta fatta a mano dimostrante il corso del Primaro e degli influenti in esso, co terreni boschivi e vallivi adiacenti situati alla destra; fu condotto ad Argenta d'onde si disse che sarebbe stato trasferito al campo austriaco pel sospetto formatosi che fosse un esploratore e perché anche sparlò della bandiera imperiale, già esposta al quartiere della suddetta guardia. I nostri del Traghetto ebbero lettera dal comandante della guardia nazionale della Molinella Francesco del fu Paolo Ungarelli in data dì questo giorno, colla quale chiedeva la resa de' suoi arrestati al Morgone nel dopo pranzo de' 24, assicurando che reciprocamente si sarebbero da lui restituiti ambi gli ostaggi traghettani che ancor egli teneva e che, se fosse piaciuto di cessare dagli atti ostili riguardo a quelli della Molinella, essi ancora avrebbero cessato dai loro e sarebbero stati sulle semplici difese, non mai in istato di offesa.

Una lettera in data dei 4 fiorile (23 aprile) del commissario straordinario del potere esecutivo in Ferrara Vincenzo Bertelli ebbe anche la nostra municipalità da far tenere all'Ungarelli, in cui si esprimeva il commissario che gli ostaggi che egli aveva presi dalla comune di Argenta allarmava tutti quegli abitanti; che quanto era funesto il vedere che un numero di sconsigliati infieriva centra i suoi fratelli, altrettanto sarebbe stato deplorabile, se gli stessi amici dell'ordine pubblico fossero venuti a cimento fra di loro, e si fossero divisi nella stessa carriera, e che perciò lo invitava in nome della patria a voler tosto rilasciare i due ostaggi Antonio Francesco Ferri ed Angelo Manica, e ridonare così la tranquillità ad un paese che tanto ne abbisognava nelle attuali critiche circostanze. Terminava poi la lettera dicendo che non intendeva farsi giudice delle sue misure, ma ch'esso Ungarelli per altro avrebbe accordato che ogni mira doveva essere diretta a promuovere tranquillità ed unione, e che contava su la sua saviezza avendone avuto un saggio quando ebbe il piacere di conoscerlo di persona in Bologna. Chi recò l'antidetta lettera, altra ne aveva diretta all'Amministrazione centrale di Bologna, scritta di propria mano dall'ex canonico Masi, uno de' centrali di Ferrara e commissario del potere esecutivo nel dipartimento del Basso Po, spedita ad Argenta ad A. M. da O. M. acciocché la facesse tenere al suo destino, ma capitata nelle mani del signor F. M. e questi avendo veduto (poiché non era sigillata) che conteneva l'avviso delle somme angustie di Ferrara, e l'invito a soccorrerla con tutta sollecitudine con uomini, farina e viveri, e la ritenne, ne più volle restituirla a chi aveva commissione di mandarla a Bologna per non rendersi tutti rei di lesa maestà.

 

Venerdì 26 aprile

Alle ore 16 e tre quarti partì da Argenta alla volta del campo imperiale scortato da cinque de' nostri soldati Michele Quadri, arrestato nel giorno avanti dalla guardia della Bastia.

Gl'insorgenti del quartiere di Consandolo, o sia il loro capitano Filippo Zogoli con alcuni di essi, passarono il Po e fecero rapresaglia di tre cavalli che l'Ungarelli comandante della guardia nazionale di Molinella aveva né suoi beni al Morgone e quindi li mandarono al campo.

Angelo Muratori altro dei due che portaronsi alla Molinella, nella notte precedente il mercoledì 17 aprile, ad invitare l'anditetto Ungarelli a venire colla sua gente armata ad Argenta, accompagnato dall'arciprete di San Nicolo si costituì in arresto della nostra guardia ma, quindi fatta obbligazione di restituirsi nella forza d'essa ad ogni avviso, fu posto in libertà.

 

Martedì 30 aprile

Nella mattina di questo giorno si tranquillarono alquanto gli agitati animi degli Argentani alla notizia, recata in voce dal fattore del signor Gaetano Manini alla comunità, cui fu spedito dal suo principale a quest'effetto da Consandolo, che i soldati cisalpini piemontesi e bolognesi precedentemente respinti da Cento dai Tedeschi nel numero secondo alcuni di 800 circa, e secondo altri in assai maggior numero, ed i quali nel dì avanti si dicevano incaminati alla nostra volta, avevano diretto il loro viaggio verso Ferrara a fin di soccorrerla nelle attuali sue angustie, colle loro forze e con 111 buoi e vacche 29 e più carra di barilli di farina. A tale avviso susseguirono altre nuove e furono che la suddetta truppa composta di cavalleria ed infanteria al passo del Gallo aveva saccheggiato alcune case, ad altre date fuoco ed uccise tre persone, che assai aveva maltrattata la casa e la chiesa di San Martino coll'aver rotto il ciborio e portato via l'ostensorio trovatovi ed una pisside, gettate su la predella dell'altare le particele consacrate, che dal mezzogiorno del dì 29 sino alle ore 3 della notte era stata in zuffa con gl'insorgenti ed Austriaci i quali tengono bloccata Ferrara. Finalmente, che nel combattimento seguito i Cisalpini avevano avuti non soli 58 morti, come prima dicevasi, ma un maggior numero oltre ai feriti e rimasti prigionieri, colla perdita de' bestiami e della farina, che vi lasciarono la vita alcuni degli insorgenti e che tutto il restante di quella truppa era entrata in città, per l'ingresso della quale in Ferrara avevano quegli Ebrei la sera illuminato il ghetto e date ancora altre dimostrazioni di giubilo. Dall'arciprete di San Nicolo si fece la seconda processione delle rogazioni e con essa pertossi alla chiesa de' Capuccini.

 

Domenica 5 maggio

Nella mattina di questo giorno l'arciprete di San Giacomo ha per la prima volta amministrato il santissimo viatico ad un infermo premesso il suono già solito della campana, processionalmente e coll'accompagnamento de' lumi. Circa le ore 22 ritornò dal Ponte Lagoscuro la staffetta spedita nel precedente giorno al signor colonello Oteckovich colla sua risposta alla nostra comunità, che dichiarava buona la preda delle due suddette barche cariche una di vino e di fieno l'altra: s'erano quanto ai carichi di ragione di nemici e non di persone particolari la rapresaglia sia valida ed appartenga alla comunità.

Portatosi dal quartiere di Consandolo ad Argenta il capitano degli insorgenti Filippo Zogoli con alcuni de' suoi uomini, presentossi ai deputati del governo civile facendo istanza per essere mantenuto nel diritto privativo della vendita delle carni per sei mesi, a motivo di averlo egli ottenuto sotto il governo cisalpino collo sborso di scudi 90. Grande fu la contesa che suscitò tale istanza tra lui e il signor dottore Francesco Balla, uno dei detti deputati, come quegli che senza saputa e consentimento de' suoi colleghi aveva dato il permesso ad Agostino Zuccari, a Francesco Roverelli e ad Eliseo Gattelli di vender ancor essi carni indipendentemente dal Zogoli, il quale pretendeva che seco lui convenir dovessero per lo spaccio durante il semestre, ovvero finché diversamente venisse ordinato dal colonnello austriaco e da altro comandante imperiale la controversia. Seguì nella residenza amministrativa e a tal segno giunse l'ardir del Zogoli, che minacciò il Balla di arresto, di condurlo al campo ed in oltre si espresse che gli avrebbe spiccata dal busto la testa. Dalla residenza venne egli quindi in piazza e dalla piazza passò nell'osteria Stignani ed eccitatosi alquanto il tumulto contro di lui e li nostri soldati, alcuni di loro circondarono l'osteria per impedire ad esso ed a suoi uomini l'uscire. Accorse il capitano Brusì ed altri al rumore, e circa l'Ave Maria restarono pacificati gli animi ed ebbe termine il contrasto tra i nostri ed i suddetti insorgenti per cui molto si temette di qualche sanguinoso avvenimento. Avvisati delle due tarlane predate dal Coati di Longastrino, gli schiavoni imperiali, che con parecchie navi cannoniere si trovavano né porti di Magnavacca e di Primaro, ed altresì invitati da Giuseppe Remondini capo degli insorgenti al passo di San Alberto affinchè si portassero a prenderle, alquanti di essi andarono colà e prese le medesime le condussero alle loro barche.

 

Lunedì 6 maggio

Dopo le ore 10 partì pel Pontelagoscuro il dottor Francesco Balla, giunto alla casa del dazio al Cavedone, anzi che proseguire il viaggio volle fermarsi nella casa dell'ex daziale Pio Capra per unirsi ad esso, al capitano della nostra guardia Nicolo Brusì, a Giovanni Paolo Villani, a Domenico Turrini, a Liborio Padovani ed a Giovanni Mazzolani, i quali stavano ancor essi per porsi in cammino a quella volta. Avuto notizia della sua gita, Filippo Zogoli frettolosamente si portò a Consandolo e di là spedì suo figlio Andrea con otto uomini a Portomaggiore per attendere appostati il Balla e al suo arrivo arrestamelo. Sei di loro fermaronsi nella bottega d'un fabbro fuori di Porto e tre si posero dietro le colonne della bottega. Colà giunta la comitiva, ognuno della quale armato: «Alto, alto» gridarono gli appostati. Chiesto il Brusì che cercassero, dissero che volevano l'arresto del Balla. Il capitano Brusì rispose che facessero il loro uffizio e seguito da Giovanni Mazzolani proseguì il suo viaggio, entrò in Porto. I facinorosi awentaronsi allora contro il Balla per disarmarlo del pistone e della pistola che aveva e per porlo in arresto, ma essendosi opposti i suoi colleghi, il Capra indusse gli assalitori a ritirarsi e lui a deporre le armi facendosi nello stesso tempo destramente consegnare da esso le carte che aveva in tasca, oltre a ciò fece in modo che i medesimi conducessero il Balla nella casa del dottor Forti, che di là non fosse rimosso se non veniva a prenderlo in persona lo stesso Filippo Zogoli e dopo di averlo efficacemente raccomandato tanto ad essi, quanto al padrone della casa, anch'egli s'introdusse co suoi compagni in Porto per unirsi al Brusì e Mazzolani, e continuare tutti insieme l'intrapresa andata. In seguito di questo fu spedito un de' loro a Consandolo coll'avviso dell'arresto fatto, venne Filippo Zogoli a prender l'arrestato, questi fu tradotto da Porto a Consandolo accompagnato dal dottor Forti, ivi gli fu fatta addosso dal Zogoli perquisizione e per luogo di suo arresto, sino alla veniente mattina, gli fu data la casa del signor Carlo Recchi.

Altri subalterni dello stesso Zogoli per gli argini circondari delle valli di Cornacchie portaronsi a Filo e dalla stalla de' signori Massari levarono e condussero via sedici vacche. Dalle Cabianche di Bando, di ragione de' medesimi, presero anche un cavallo e se non li moveva a compassione il contadino col suo pianto e colle sue preghiere, dicendo che ruinavano la sua famiglia se eseguivano i loro disegni, di certo avrebbero anche levati altri capi dodici di bestiame bovino, non presi perché il detto contadino non avesse a perdere la metà dell'utile sopra d'essi a lui spettante.

Nella mattina di questo giorno i Comacchiesi, che tante prove già diedero del loro attaccamento alla democrazia, non costretti da forza, ma spontaneamente tennero un consiglio di 150 de' primi della città in cui determinarono per pluralità di voti di sottomettersi al dominio imperiale; susseguentemente a questa determinazione esposto il Santissimo Sagramento cantarono il Te Deum, ordinarono un triduo ad onore di Maria Vergine venerata dalla chiesa de' Capuccini, atterrato l'Albero della Libertà rimossero i vessilli tricolorati, al suono delle campane ed allo sparo delle armi da fuoco inalberarono la bandiera imperiale e spedirono una deputazione ai campi austriaci della Mescla e del Ponte Lagoscuro.

 

Martedì 7 maggio

Alle ore 10 da Consandolo s'incamminarono verso il Ponte Filippo Zogoli e Giacinto Bolognesi coll'arrestato dottor Francesco Balla. L'arrivo loro colà, essendo stato prevenuto da quello del capitano Niccolo Brusì, di Pio Capra e de' sopradetti loro compagni, essi Brusì e Capra ebbero adito ad anticipar la notizia dell'arresto sì al colonnello Oteckovich come al comandante Liptau, per renderli inoltre informati degli arbitri che si era presi e si prendeva il Zogoli, delle sue violenze, delle sue minaccie e delle sue ruberie. Smontati tutti tre da cavallo trovò il Balla un punto favorevole per portarsi a ritrovare i suddetti che stavano pranzando all'osteria. Si rallegrarono questi al vederlo e facendogli animo né suoi timori, anzi che lasciarlo partire da essi vollero che ivi si trattenesse e frattanto spedirono Liborio Padovani a dare avviso al barone Liptay che il Zogoli e il Bolognesi erano arrivati coll'arrestato. Alla notizia diede subito il comandante quattro soldati della sua guardia al Padovani, a lui commettendo che immediatamente andasse ad arrestare l'uno o l'altro.

Co quattro Tedeschi andò subito il Padovani in cerca de' medesimi ed avendoli trovati nell'atto che il Zogoli era uscito dall'osteria dove aveva altercato col Capra e col Turrini, ad ambidue intimò l'arresto e questo fu prontamente eseguito dai quattro imperiali. Arrestati che furono, il barone comandante Liptay se li fece condurre d'innanzi, ne prese le loro deposizioni, rimproverò acremente il Zogoli, con pugni, urli e calci scacciato dalla sua presenza e diede gli ordini opportuni acciocché nella susseguente mattina egli e il compagno Bolognesi fossero tradotti a Rovigo.

 

Mercoledì 8 maggio

Gl'insorgenti di Consandolo portatisi al Morene ed alle Cabianche di Bando presero dalle stalle dei signori Massari altri 22 capi di animali bovini e tre cavalli e li tradussero nel loro campo.

Nel dopo pranzo alcuni soldati della nostra guardia, tagliata una giovane quercia nel bosco del signor canonico Nicolo Selmi, la trasportarono alla piazza e dirimpetto alla ringhiera della residenza del giusdicente, in distanza di nove passi dal loggiato la piantarono ponendo nella sua sommità una delle due bandiere imperiali che stavano esposte con animo di formare un majo ad onore di Maria Vergine. Ciò ad altri non piacque ed avendo prevaluto il partito di quelli che disapprovavano l'innalzamento di tale pianta, perché la sua erezione poteva esser presa in sinistra parte, fu questa nella sera atterrata. Ov'era l'Albero della Libertà susseguentemente fu piantata una croce e sopra l'ingresso della residenza del giusdicente, nel mezzo ad un padiglione di damasco rosso foderato di tocca d'oro, fu posto un quadro della Beata Vergine del Rosario con candele e candelotti all'intorno, somministrati da vari devoti d'oblazione spontanea. Alla croce fu affisso un cartello scritto a gran caratteri il seguente motto: «Bugiardo adoratore di Cristo fora chi la sua croce non rispetta e onora». A pie dell'immagine di Maria Vergine si pose quest'altro: «Chi Maria in sua difesa aver procura negli eventi otterrà pace sicura».

Ed un altro cartello sotto l'arco dirimpetto alla porta della suddetta residenza, parimente questo:

«Maria onoriamo ed il novel sovrano che ha il cor pietoso e liberai la mano. L'un l'altro sien sempre il caro obbietto d'ogni nostro operar, pensiero e detto».

Tutti tali motti furono fatti da me, importunato a farli dagli autori di sifatta idea. Dopo l'ora di notte venne un espresso spedito dal capitano Nicolo Brusi con lettera, che ingiugneva all'uffiziale comandante la nostra guardia di mandare prima delle ore 9 cinquanta uomini dei nostri e venti di quelli de' più coraggiosi di Boccaleone alla volta di Consandolo per arrestare quella masnada d'insorgenti, che contravvenendo agli ordini del colonello imperiale, alle sue dichiarazioni di voler rispettate le persone, le proprietà, danneggiavano a capriccio e ad arbitrio loro, ora questo, ora quello dei giurati.

 

Giovedì 9 maggio

All'ora assegnata più di cinquanta de' nostri di maggior coraggio e più atti al maneggio delle armi si ritrovavarono in Boccaleone. Ivi susseguentemente comparvero il capitano Nicolo Brusi e Pio Capra unitisi all'arrivo loro gli Argentani con qué di Boccaleone; circa le ore 12 d'Italia tutti si posero in marcia verso Consandolo. Trenta della truppa formatasi presero il cammino per la golena o sia banca intermedia all'argine del Po ed il fiume e 48 per la strada, dieci a cavallo e gli altri a piedi. Il Brusì tenne la parte di sotto, il Capra quello di sopra. Pervenuti alla casa del dazio, dodici diedero a questa l'assalto e diciotto dei sopradetti trenta proseguirono il viaggio. Introdottisi gli assalitori in casa, perché avevano prudentemente veduti escire da essa due degli insorgenti i quali inseguiti furono sul punto arrestati, tutta la visitarono e non avendovi alcun altro trovato, senza perder tempo riunironsi ai compagni e s'inviarono insieme verso il palazzo Rondinelli, quartiere del complotto diretto dal Zogoli.

Non si tosto si accorse degli insorgenti, il quale stava sull'argine, della caccia che davasi ad esso, che fatto fuoco contra i nostri fuggì. Alla sua archibusata e a quella di un altro che fu la seconda, più di venti ad un tratto ne tirarono anche i nostri, che venivan difesi dall'argine, contra una finestra del palazzo che videro aperta e di subito chiusa, ma una palla, che penetrato il riparo di legno ond'era serata vi s'introdusse avendo impetuosamente colpito Giacomo Chiarini, che ivi abitava colla sua famiglia, lo stese estinto. Alle seguite scariche, alla morte del Chiarini s'intimorirono gl'insorgenti, ed alcuni si diedero ad una precipitosa fuga, altri cercarono di nascondersi. Coraggiosi corsero i nostri non cessando di far fuoco, talmente che dalla parte loro e da quella de' facinorosi fu detto che uscissero settanta e più tiri, si diedero ad inseguirli ed avendone arrestati diciasette nella bottega del caffè, nel palazzo, per le strade ed altrove, li costrinsero a deporre le armi e a darsi prigionieri. Eseguito l'arresto si procurò di raccogliere ed assicurare ogni preda fatta dagli insorgenti, fu mandata al quartiere nostro la carne macellata che avevano ed il capitano Brusì diede le disposizioni apportune per tradurre ad Argenta tanto i ritenuti, tra quali Andrea figlio di Filippo Zogoli, Giuseppe Maraldi ed Antonio Montanari di Consandolo e Gregorio Casanova della Papozze, quanto gli animali ed altro da essi tolto e per anche non distratto non consunto. In questa impresa che fu veramente gloriosa non ebbero parte alcuna ne i Traghettani né quelli di Portomaggiore perché non abbandonarono i rispettivi loro porti e grande fu lo scompiglio che essa ne cagionò in Consandolo, perché l'andata colà della nostra milizia riuscì inaspettata a quegli abitanti ed allorché sentirono le prime scariche di fucili sospettarono che fossero i Bolognesi venuti a dare il sacco a Consandolo.

Erano le ore 21 quando i vittoriosi co prigionieri e colle prede arrivarono in Argenta. Divisa in due ali stava il restante della nostra guardia schierata nella piazza del Monte di Pietà. Precedevano a cavallo il capitano Nicolo Brusì a destra e Giovanni Capra a sinistra, poi uno de' nostri soldati che portava il vessillo imperiale tolto ai sediziosi. Indi veniva il restante della truppa ed altri che la seguivano tutti a cavallo, de quali cavalli 11 erano del bottino fatto. Dietro loro venivano pallidi in volto, mesti e confusi i ritenuti fra l'infanteria, trentotto animali bovini dei settanta capi che dal Zogoli e suoi subalterni furono usurpati ed un piccolo carro su cui erano i fucili, gli schioppi ed altre armi da fuoco tolte agli arrestati, un botticino pieno di vino, due sacchi che contenevano forme di cascina ed un letto. Altre due buoi furono parimente condotti la sera, ma il rimanente del vino che avevano fu lasciato nelle botti in Consandolo insieme con un armento di pecore e castrati in quantità di capi cento circa. Al comparir della truppa molti furono gli applausi che le si fecero, il popolo proruppe in lieti evviva e, fatto un giro per l'altra piazza, i prigionieri furono chiusi nelle pubbliche carceri, i bestiami vennero mandati aldestinato luogo, alla ringhiera della residenza del giusdicente (fatto quartiere) fu esposta la bandiera portata da Consandolo e paga doppia si diede ai bravi nostri soldati per essersi distinti col loro coraggio anche in quest'azione tendente a far argine alle ruberie, a mantenere la quiete né popoli e a dar saggio di attaccamento al nuovo governo imperiale.

 

Venerdì 10 maggio

Fu affissa copia di una notificazione del signor colonello Oteckovich annunziante la presa di Milano fatta dalle vittoriose armi austriache nel dì 27 aprile e parimenti della sua cittadella, come ancora l'ingresso loro in quella città. Con altra notificazione i deputati al governo civile imperiale intimarono a tutti i venditori di comestibili, osti, magazzinieri di dover d'indi in poi prender le tariffe e calmieri soliti a darsi dal pubblico prima del governo repubblicano.

Alle ore 15 1/2 ebbesi avviso che Filippo Zogoli era fuggito dalle forze austriache e che egli era di buon mattino in Porto Maggiore. La notizia fu confermata dal signor Giuseppe Righini venuto a posta da Consandolo sopra un cavallo che volava, il quale di più disse che il Zogoli era inseguito da due Croati arrivati già a Consandolo e fermatisi in sua casa per ristorarsi, i quali tenevano ordine di riaverlo nelle mani o vivo o morto. A tal nuova si pose sottosopra la nostra guardia, fu battuto il tamburo frettolosamente, si raccolsero i volontari ascritti alla nostra milizia e in vari corpi alcuni a cavallo ed altri a piedi furono con prontezza spediti ai passi, alle strade di campagna, a Bando ed in altri luoghi in cerca del fuggitivo Zogoli con ordine di arrestarlo o di ucciderlo qualora avesse fatto resistenza, uelli da quali si presero l'armi e che accorsero oltre ai soliti armati furono 133 d'Argenta, 11 di Boccaleone, 24 di S. Biagio, in tutto 188.

Frattanto presentatosi ai deputati del governo civile Nicolo Capozzi di Consandolo, disse loro che sapendo ove si ritrovava il Zogoli non solo avrebbe indicato il sito, ma di più avrebbe procurato l'arresto del fuggitivo qualora potessero essi impegnarsi di ottenere dagli uffiziali austriaci la libertà e il perdono a Luigi Capozzi suo fratello ed a Luigi Montanari di Lugo, ch'erano ancor essi degli arruolati sotto il Zogoli. Gli promisero i deputati la loro garanzia e da lui avutane di ciò notizia essi, Luigi Capozzi e Luigi Montanari sotto il manto d'amicizia, ma con animo di arrestarlo, si portarono a Campo di Cà in vicinanza del sito detto Valle di Spino dove tra macchie, stanco per il viaggio ed inerme, stavasi il facinoroso sdraiato. Gli si accostarono con destrezza ed ognuno di loro con pistola alla mano gl'intimarono l'arresto minacciandolo d'ucciderlo se resisteva. Non si oppose egli, fu subito legato tanto da medesimi, quanto dal suddetto Nicolo e da altri accorsi in loro aiuto, e seguita la sua presa, sopraggiunti i due Croati ch'erano in cerca di lui con armati di Consandolo e di Boccaleone e nello stesso tempo sopravvenuto anche un picchetto de' nostri, sciolto dai legami ond'era avvinto, perché allora ben guardato e custodito, fu posto sopra il suo cavallo che aveva seco e nel mezzo dei due Croati, fra la milizia si a piedi come a cavallo che si era colà unita, fu tradotto in Argenta. Erano le ore 20 1/2 quando seguì l'arrivo della truppa col prigioniero. Giunta essa in piazza dove stavano schierati gli altri nostri del quartiere con affollamento di popolo corso per vederlo, con volto ridente ed affettando intrepidezza, smontò egli dal cavallo ed introdotto nella pubblica segreta carcere fu in essa chiuso per esservi ivi custodito sino al seguente giorno. Ricercati i due Croati com'era esso fuggito, dissero che giunti a Rovigo i soldati che l'avevano colà scortato, egli si raccomandò loro acciocché noi custodissero con rigore, che condiscendenti quelli alle sue preghiere per la buona opinione in cui lo tenevano, gli accordarono alquanto di libertà, ma che il Zogoli abusando di lei, seppe furbescamente sottrarsi alla guardia e preso il suo cavallo fuggirsene. Circa le ore 23 anche i soldati di Boccaleone condussero altri sei degli insorgenti già arruolati sotto lo stesso Zogoli, che furono posti in arresto e quindi rilasciati in vista delle carte e passaporti che esibivano.

 

Domenica delle Pentecoste 12 maggio

a suon di tromba fu pubblicata e quindi affissa in copia una lettera del barone Lipthai, in data del dì 11 e scritta dal Ponte al nostro governo civile imperiale, approvante l'operato circa la disfatta del campo degli insorgenti diretto in Consandolo dal birbo Zogoli.

Oltre a ciò porgeva avviso della sua fuga, ed ordinavasi di arrestare esso ladro Zogoli come di tradurlo o vivo o morto al campo austriaco.

Sul mezzo giorno dal capitano Brusì e da un picchetto de' suoi soldati furono tradotti da Longastrino al nostro quartiere Giulio Cesare Coatti capitano di quegli armati ed il figlio di Giuseppe Rimondini accusati d'infedeltà nell'adempimento de' loro doveri e di concussioni.

Poco dopo fu parimenti arrestato Stefano Tornimbeni nipote ed uno degli arruolati del Zogoli. perché suo zio materno Vincenzo Diotti parlò alto in favore di lui con disprezzo e con offesa di parole centra la guardia Ludovico Brunelli, uno di essa il maltrattò bucandogli e a lui tagliando colla baionetta il ferraiolo. Anch'esso fu arrestato, ma a sera si vide rimesso in libertà. Il pericolo che corse fu grande per la sua indipendenza.

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Lunedì 13 maggio

Nella mattina di questo giorno partirono alla volta di Rovigo e per andare di poi al Ponte di Lagoscuro il signor Tommaso Mazzolani col processo fatto centra il Zogoli e gli altri del suo complotto ritenuti, a fine di presentarlo a quel generale comandante Klenau dimorante colà e parlare con lui a bocca di altri affari di molta importanza. Mandarono seco lui Pio Capra, Antonio Francesco Ferri, il fattore primario de' signori Massari e due di Portomaggiore. Si fece la processione alla Celletta, premesso nel dì precedente un semplice avviso affisso alla porta di San Nicolo, a lei intervennero vestiti delle loro cappe e sotto le rispettive croci le già soppresse confraternite del Purgatorio, del Santissimo Sacramento, della Cintura, di Santa Croce, l'arciprete Randi con un chierico, i preti sacerdoti e l'ex conventuale Selmi.

Dal passo del Gallo, dove ha ora il suo quartiere ed il campo, si portò a Consandolo Angelo Pietro Poli della Massa di Sermide capitano maggiore degl'insorgenti del Ferrarese. Portatosi a lui nel dopo pranzo da esso chiamato il nostro capitano Nicolo Brusi con buona scorta de' suoi soldati tutti a cavallo, di unanime consenso loro e de' principali di quel comune si determinò di formare per la guardia di quel paese una compagnia di volontari subordinata al signor Carlo Recchi, la quale debba agire nelle occorenze in luogo della già disfatta degli insorgenti di cui era capitano Filippo Zogoli.

 

Venerdì 17 maggio

Alle ore 12 per ordine venuto ieri al nostro governo civile, il capitano Nicolo Brusì con 12 de' suoi soldati partì da Argenta alla volta del Ponte traducendo colà 21 degli insorgenti che furono arrestati in Consandolo. Un solo ne restò perché da due giorni si ritrovava indisposto per un dolore.

Prima del martedì fu posto in libertà di ritornarsene alla sua casa il prete don Angelo Baroni.

Per ordine del barone comandante Lipthaj fu diminuito il numero de' nostri armati e furono essi ridotti a soli 50 colla paga di baiocchi 4 in pane e baiocchi 21 in denaro giornalmente.

Circa le ore 19 ritornò alla patria il signor Tommaso Mazzolani colla sua comitiva, che riferì d'essere stato accolto al Pontelagoscuro ed in Rovigo dagli ufficiali austriaci con molta benignità e di aver ritrovata in tutti molta propensione nel favorire e proteggere Argenta nelle sue occorrenze.

Nella mattina di questo giorno da un numeroso complotto d'insorgenti della Bassa Romagna e da soldati volontari lughesi, di volere concorde, fu abbruciato in piedi l'Albero della Libertà che stava eretto in Lugo. Nel dopo pranzo poi col fuoco fu parimente consunto quello di Fusignano da Antonio Gorelli capitano degli insorgenti delle Alfonsine.

 

Venerdì 28 giugno

Quantunque nel martedì scorso 25 giugno terminasse il triduo celebrato ad onore del Santissimo Crocifisso venerato nella chiesa dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista per ottenere la costante serenità e il preservamento da ogni infortunio, nondimeno nella mattina di questo giorno ad istanza d'alcuni di poca fede di nuovo si espose il simulacro e la reliquia di San Nicolo e diedesi principio ad un triduo per impetrare il buon tempo a motivo d'essere alquanto piovuto né due precedenti giorni. Il riflettere che tale pioggia non fu accompagnata né da vento e molto meno da gragnuola, già caduta precedentemente al dì 23 fuori d'Argenta con devastazione di parecchie campagne in Filo, Longastrino, Consandolo ed in altri luoghi, doveva ognuno ritenere dal dar questi segni di poca fiducia in Gesù Cristo crocifisso, nostro principale avvocato appresso Dio, e di maggior fede nella protezione del santo protettore che in quella di lui, ma che? Anche nel mezzogiorno si oscurò il cielo, tanto si coprì di nubi e si sciolsero quindi queste in una pioggia così dirotta che tutto allagò le strade e rovesciò nei campi la messe.

 

Sabbato 29 giugno

Nella mattina di questo giorno fu diminuito il numero de' nostri soldati in attuale servizio con paga e fu ridotto a soli 20.

Sette compreso il capitano fu determinato che dovessero guardare Argenta, sei parimente compreso il lor capitano il passo della Bastia e sètte col loro capitano a Longastrino. Dei nostri sette, tre ne furono assegnati alla guardia del passo al Cavedone e tre altri alla guardia della piazza, e ciò sino a nuova disposizione. Il fattore del signor Massari obbligossi di pagare dentro il vegnente giovedì scudi 200 da ripartirsi alla nostra milizia in gratificazione de' loro animali bovini ch'essa ritolse in parte agli insorgenti dal campo di Consandolo comandato da Filippo Zogoli, già da lei disfatto, e rispetto ad altra parte dalle mani di qué tutti che li avevano comprati. Essi volevano (sic) corrispondere solo scudi 100, ma avendo insistito i soldati per un maggior premio l'ottennero poscia nella somma di scudi 200, e così ebbe termine ogni controversia che fra quelli e questi vertiva. Scortato da cinque Tedeschi e da soldati di Longastrino vennero ad Argenta, proveniente a Ravenna 41 prigionieri piemontesi, cisalpini etc. ai quali fu data dalla nostra comunità la solita tappa e che pernottarono in Argenta. I semplici comuni ebbero l'alloggio né pubblici granai e gli uffiziali che erano tra essi nell'osteria.