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- Renata di Francia -             

Renata e il protestantesimo

Ercole II, senz’altro educato nell’ortodossia cattolica, vi aderiva probabilmente non tanto per convinzione, quanto per vincoli di sudditanza alla Santa Sede, che gli imponevano prudenza ed obblighi al riguardo.

Era infatti piuttosto tollerante in materia religiosa, sostenne più volte e con fermezza la ricchissima comunità ebraica, consentì rischiosi legami dei professori universitari con l’intellighenzia riformata internazionale e prese persino al suo servizio il luterano Jamet, a cui affidò importanti missioni diplomatiche e che fu per anni il segretario di Renata (3). Non mosse neppure obiezioni alla dedica a lui indirizzata dello “Zodiacus Vitae” di Marcello Palingenio Stellati/o (Angelo Manzoli), ricco di insolenze per i Frati e per lo stesso Papa (3), testo dichiarato eretico, condannato dal Sant’Uffizio nel 1549 e messo all’Indice dei Libri Proibiti nel 1559 (4).

Di certo non ignorava le simpatie per la Riforma di Renata e le libere idee eterodosse della sua Corte, ma doveva comunque guardarsi dalla diffusione di tali idee, che a Modena avevano investito l’Accademia e gli argomenti dei riformisti venivano discussi già nelle piazze e nelle chiese stesse (3).

Renata era arrivata a Ferrara formalmente da cattolica, aveva anzi portato con sé, oltre ai libri di preghiera, anche il cordone di S. Francesco di Paola, che nel 1531 donò ai Religiosi di quell’Ordine, appena fondato a Ferrara (2). Abituata però da sempre alla libertà di pensiero ed aperta ad ogni tipo di sapere, la Principessa – Duchessa ospitava nella sua Corte molti riformisti religiosi, ricercati o meno, e volle perciò tutelarsi, strappando nel 1534 un breve a Paolo III, che proibiva a chiunque di occuparsi delle sue opinioni religiose, demandando alla Santa Sede ogni giudizio (3).

 

François Clovet, Renata di Francia , Goluchow, collezione Czartoryski

 

Le posizioni anticattoliche si resero più manifeste il venerdì santo 4 aprile 1536, quando il cantore francese Jeannet de Bouchefort (Giannetto o Zanetto), passato al servizio del Duca, abbandonò la funzione, rifiutandosi di adorare la Croce e il tesoriere di Renata, Giovanni Cornillau, apertamente sprezzò il Duca. Ercole non poté  esimersi dall’imprigionarli, con grande scandalo della Corte francese, che sosteneva Francesco I, in quel momento in Italia per occupare la Lombardia contro l’Imperatore Carlo V. Il Duca non poteva permettersi di prendere una posizione decisa, se non quella di espellere dalla Corte gli esponenti più estremisti: vennero così allontanati Madame de Soubise e il poeta Clément Marot (3 – 4).

Oltretutto negli stessi giorni Renata nascondeva a Ferrara, sotto il nome di Charles d’Espeville, Giovanni Calvino in persona, il noto riformatore religioso, perseguitato e fuggito dalla Francia. Scoperto dall’Inquisizione, fu arrestato ed inviato a Bologna, ma gente armata, spedita da Renata stessa, lo liberò a metà strada (2) e, probabilmente avvalendosi del sicuro rifugio di Consandolo sul confine bolognese, Calvino riuscì a fuggire a Ginevra (4).

Renata, privata della parte più fida della sua Corte e risentita per questi arresti, cercò e trovò appoggi in Francia, a Venezia e persino a Roma, rinforzando così la sua posizione nei confronti del marito, abbandonato nello stesso 1536 anche dal fratello cardinale Ippolito II, partito per la Francia, dopo aver lasciato ad uso della cognata Renata, il suo palazzo San Francesco, appena restaurato; così Ercole ad agosto fu costretto a rilasciare i prigionieri (3 – 4).

Si oppose certo alla partenza di Renata per la Francia, correndo voce che non sarebbe più ritornata, ma la scelta di lei di trasferirsi con le figlie l’anno seguente dal castello al palazzo del cognato deve averlo trovato favorevole, poiché in tal modo la moglie, nel perseguire le sue idee, non lo avrebbe troppo esposto. Anche la donazione a Renata, l’8 luglio 1540, della Delizia di Consandolo, così consona alle sue esigenze, rientrava bene nei progetti di entrambi: libertà di azione per lei e salvaguardia delle apparenze per lui, come già rilevato.
Ferrara, Palazzo San Francesco,
ora di Renata di Francia

Appurato che Renata non fu né relegata, né esiliata, visti i suoi frequenti spostamenti e i numerosi incontri col marito, la vita fuori castello e fuori città le dava maggior possibilità di proteggere e ospitare i riformati e più vantaggi nell’aiutarli a fuggire, specie dalla Delizia di Consandolo, ubicata in posizione ottimale. Tenne così rapporti con le città della Riforma, con Ginevra, Lucca, con i circoli valdesiani e coi riformisti di tutte le nazionalità (1); mantenne un costante carteggio e ricevette libri da molti, Calvino compreso, che nel 1541 le inviò il “De fugendis” e il “De la Cène de Nostre Seigneur” (3), oltre ad una lunga lettera, in cui ribadiva il suo pensiero sull’”illecità di partecipare alla messa e di acconsentire alle sacrileghe superstizioni cattoliche” (4). La lettera anzi, su probanti motivi, è ora retrodatata al 1537, a conferma di un immediato inizio di carteggio tra Renata e Calvino (28).




Celio Secondo Curione

La sua Corte e in particolare la Corte di Consandolo divenne un centro di attrazione e propaganda delle dottrine riformiste (4) e Renata ascoltò tutti i cristianesimi: calvinisti, zwingliani, luterani, anabattisti, evangelisti, spirituali, valdesiani, nicodemiti, profetisti, dai nomi più celebri, quali Giorgio Siculo, Celio Secondo Curione, Bernardino Ochino, Camillo Renato (Paolo Ricci), Nascimbene Nascimbeni, Bernardino Poschiavo, Giulio della Rovere (da Milano) (4), fino ai più umili servitori di propaganda riformata.

Li sostenne economicamente con sovvenzioni segrete, che non venivano registrate nei libri dei conti come quelle ufficiali ai bisognosi, ai pellegrini o ai sacerdoti, ma che comunque erano mascherate con motivazioni di ordine umanitario (3). La fama di questa Corte si sparse e la Duchessa venne citata nei più celebri processi inqusitoriali.

Renata non praticava riti cattolici, né seguiva i precetti, ad esempio a Consandolo imbandiva carni il venerdì (2), eppure ufficialmente il suo ruolo di Duchessa era rispettato e Paolo III, in visita a Ferrara nel 1543, le portò in dono un diamante ed un fiore di diamanti (2), segno evidente che, almeno nell’esteriorità del ruolo politico, la Principessa non era considerata sospetta. A conferma anzi della sua protezione, il 5 luglio dello stesso anno, il Papa riconfermò il breve, sottraendo Renata dall’Inquisizione locale e ponendola direttamente sotto la Santa Romana Inquisizione (o Sant’Uffizio), istituita nel 1542 per le pressioni dell’intransigente cardinal Gian Pietro Carafa (4), non certo meno pericolosa, ma in contatto meno diretto con Ferrara.

Il Concilio di Trento, aperto il 15 dicembre 1545, portò all’allontanamento di altri fidati della Corte di Renata, fra cui il suo cavaliere d’onore, Antonio di Pons, il genero della Soubise, e il 29 luglio 1548 la primogenita Anna sposò Francesco, Duca di Lorena, Umala e poi di Guisa, Viceré del Delfinato e della Savoia, uno dei cattolici più intolleranti in Francia (1 – 2).


Faenza, Ravenna

Nello stesso 1548 un deciso intervento della Curia romana contro la Corte di Renata provocò l’espulsione da Ferrara di altri intellettuali e nel 1550 il Duca fece impiccare ed ardere in piazza, proprio davanti alla cattedrale, sotto le finestre della camera di Renata al palazzo ducale, Fannio o Fanino Fanini da Faenza, un fornaio luterano rifugiato a Ferrara. Già processato nel 1547, Fanino fu arrestato come recidivo e condannato  a morte nel settembre 1549; Ercole procrastinò l’esecuzione, sperando che il successore di Paolo III, morto a novembre 1549, concedesse la grazia. L’esito del conclave, che durò tre mesi, non fu però favorevole, essendo prevalso il volere dell’oltranzista Cardinal Carafa, che sostenne ed ottenne l’elezione di Giulio III (Giovanni Maria del Monte), incapace di resistere al Carafa, che pretendeva la “testa del Fanino”. Ercole dovette arrendersi e procedere all’esecuzione, nonostante i tentativi di Renata per salvarlo (4).

Non sempre infatti il Duca poteva accontentare la moglie, in un tempo in cui le questioni spirituali erano così legate alla ragion di Stato, intendendo oltretutto dimostrare di saper controllare l’avanzata dei movimenti eretici in modo autonomo, così che il potere della Santa Sede non scavalcasse la sua autorità a Ferrara (4).

Per questo nel 1551 fece processare il dotto Giorgio Rioli, detto il Siculo, la cui opera programmatica, il Libro Grande, fatta poi sparire dall’Inquisizione, fu consegnata a Francesco Severi, il medico di Argenta, distante 6 Km da Consandolo, dove in quel momento era in piena attività il circolo calvinista di Renata. Siculo, dopo il processo, fu strangolato di nascosto di notte, il 3 maggio 1551, così che nessuno potesse assistere alla sua morte sul patibolo (4), il corpo però fu appeso alle finestre del palazzo della Ragione (2).
  Ferrara ,  Palazzo della ragione  - Non più esistente

Nello stesso 1551 si stabilì a Ferrara, nell’ospedale e chiesa di S. Anna, la Compagnia di Gesù di Ignazio di Lojola, che già nel 1547 aveva inviato come teologo per Ferrara Claude Jay (Claudio Jaio) ginevrino, perché sperava che, essendo quasi francese, potesse meglio insinuarsi nelle grazie della Duchessa e convertirla, ma Renata non lo ricevette mai (2). Visto l’insuccesso di Jaio, nel 1551 a fondare il Collegio arrivò a Ferrara il rettore dei gesuiti di Roma, il francese Jean Pelletier (Giovanni Pelletario), che pure non ottenne risultati presso la Duchessa, la quale però dovette diradare moltissimo le persone della Corte di Consandolo, dove già nella quaresima del 1550, ospiti Giulio della Rovere (da Milano) e Francesco Porto, aveva abbandonato definitivamente la messa, sostituendola con la pratica calvinista della sacra Cena, col duplice rito eucaristico del pane e del vino (4).

Nel 1552 il figlio Alfonso partì per la Francia per mettersi al servizio  del re Enrico II (succeduto a Francesco I morto nel 1547) contro l’imperatore, causando notevole disagio a Ercole feudatario imperiale, che però ebbe confermato nel 1553 il favore del papa Giulio III con la nomina a Vescovo di Ferrara dell’altro figlio, Luigi, non ancora quindicenne e mai prima consacrato sacerdote; non fu dunque un impedimento l’aver la madre “luterana(2 – 3)

Il 1554 fu un anno critico per la coppia ducale. Fin dall’inizio dell’anno, per poter arginare l’attivismo protestante di Renata nel territorio consandolese – argentano, Ercole decise di fondare ad Argenta un “collegietto” di gesuiti e l’impose nonostante le rimostranze delle autorità cittadine, che si opposero inviando ripetutamente delegazioni al Duca (4).

Renata in quella primavera, come sovente, viveva a Consandolo e il Pelletier denunciò ad Ercole la presenza di figure pericolose nella sua Corte, quali il “limosiniere” Ambrogio Cavalli e il segretario Lion Jamet, così Ercole li espulse insieme ad altri sospettati e il 18 marzo, la domenica delle Palme, convocò il Pelletier per consigliarsi su come vincere la resistenza della consorte. Per questo il giorno dopo Pelletier confessò le principessine Lucrezia e Leonora ed elaborò una drastica formula in sette punti per “riportare nel gregge di Gesù Cristo la dama che si è lasciata precipitare nel labirinto delle opinioni dannate”, proponendo ad Ercole di tenerla al castello e non nei suoi palazzi, per poter meglio sorvegliarla (1 – 4).

La Duchessa sembrò aver proprio ignorato queste manovre, visto che il venerdì santo 23 marzo imbandì cibi vietati dal precetto cattolico e vietò alle figlie di comunicarsi, perciò il Duca, su istigazione del Pelletier, reagì affrontandola e togliendole le figlie, che avviò al convento del Corpus Domini, mentre Renata lo avversava, litigando col confessore e rimproverando le figlie per la loro troppa disponibilità (4).

Ercole, temendo un’ingerenza da Roma, il martedì dopo Pasqua, il 27 marzo, scrisse al re di Francia, il cattolico Enrico II, nipote di Renata, chiedendogli di inviare qualche teologo per distogliere la Duchessa da “sì enorme heresia(4).

In realtà la sua personale posizione nei confronti dell’ortodossia non doveva poi essere così ferrea, poiché non tardò a liberare le figlie e acconsentì anche che il 21 giugno si aprisse, proprio a Ferrara, il congresso rabbinico italiano, ribadendo in tal modo il suo esplicito favore nei confronti della comunità ebraica (4).

Ferrara, convento e chiesa del Porpus Domini  
In quello stesso giugno arrivò anche l’inviato di Enrico II, il terribile Mathieu Ory o Oriz (Matteo Ori), priore dei Domenicani di Parigi e Inquisitore generale di Francia, latore di una personale lettera del re per la zia, in cui le manifestava il suo grande amore, che però avrebbe dimenticato in caso di sua protervia (4). Così l’Ory ottenne che Renata lasciasse Consandolo per Palazzo San Francesco e gli sembrò di raccogliere qualche risultato, tanto che alla cena del 7 luglio, organizzata da Ercole per festeggiare la conclusione dei restauri al castello, partecipò anche Renata in piena armonia (2).

Calvino, insospettito da questo riavvicinamento, mandò nell’agosto il suo luogotenente François de Morel e Renata apertamente seguitò nelle sue vere credenze (4).

Ercole, per l’imposizione dell’Ory, nella notte tra il 6 e il 7 settembre 1554, la mandò a prelevare dal palazzo San Francesco e la fece rinchiudere nelle stanze del Cavallo, con due sole donne, richiudendo nel contempo le figlie al consueto convento del Corpus Domini (2).

Nella stessa notte l’Ory e il Pelletier fecero confiscare e bruciare 100 libri di eresia trovati nel palazzo; di molti altri si impadronì il domenicano Girolamo Papini, Inquisitore ferrarese, certamente per fare un favore al suo Duca, sottraendoli all’ispezione dei due francesi. Quando poi nel 1557, alla morte del Papini, il Sant’Uffizio iniziò a sospettarlo di condotta eretica, Ercole incaricò il suo segretario Battista Saracco di prelevare dalla cella del defunto padre inquisitore “tutte le scritture che parlano in materia di luteranesimo” e di conservarle “sotto buona custodia(4).

Ferrara, palazzo ducale, la stanza del Cavallo  

Forse quei libri confluirono nelle due casse ritrovate nel 1600 al palazzo dei Diamanti e fatti poi distruggere da Cesare d’Este per ordine di Roma; tali informazioni forniscono anche dati sul patrimonio librario di Renata, che risulta perciò davvero ingente (1) ed è interessante osservare che questi libri furono nascosti e conservati proprio nel palazzo che diventò del figlio Luigi, Vescovo di Ferrara.

    Ferrara, Palazzo dei Diamanti.

Vi fu quindi il processo a Renata condotto dall’Ory, prima del 16 settembre secondo alcune fonti, risultando l’Ory già partito in tale data (6), secondo altre tra il 21 e il 22 settembre. Tra le accuse, quali il rifiuto della messa e dei sacramenti, vi era anche quella di fare proseliti nell’argentano, ma la Duchessa senza timore proclamò il processo un’insidia del re di Francia per appropriarsi dei suoi beni e si difese sostenendo che, se non seguiva i precetti cattolici, non professava neppure le dottrine né di Lutero, né di Calvino (6) e che rendeva conto delle proprie azioni solo a Dio e non agli uomini (3). L’Ory non prosciolse Renata, che sarebbe rimasta relegata, se non avesse confermato la fede cattolica, ma non poté sentenziare altro a causa del breve di Paolo III che toglieva la Principessa dal potere dell’Inquisizione locale; così l’Ory partì da Ferrara.

Renata, senza le figlie e senza più essere d’utilità ad alcuno, il 23 settembre fece chiamare il Pelletier e prestò formale conversione, così la sera stessa il Duca la invitò a cena, il giorno seguente le restituì le figlie e il primo dicembre il palazzo San Francesco (2). Anche se Calvino si rammaricò di quella conversione, fu comunque l’unico modo per la Duchessa di poter essere attiva in un momento tanto critico; il Duca infatti non l’importunò più (2) e nel 1555 poterono rientrare alcuni suoi collaboratori fuggiti l’anno prima, come il tesoriere Ambrogio Cavalli, il ”limosiniere” che trattava i conti ufficiali e segreti di Renata, la quale però non riuscì a salvarlo quando, ancora ricercato da Roma, fu catturato e condannato nello stesso 1555 (1 – 4).

Era infatti quello un momento molto pericoloso per Ercole, tanto da temere che il suo ducato non fosse confermato, e che Ferrara venisse inglobata nello Stato Pontificio, poiché, morto nell’iniziale 1555 Giulio III, era salito al Soglio Pontificio col nome di Paolo IV lo stesso Gian Pietro Carafa, il più terribile persecutore degli eretici. Il conclave in realtà aveva dapprima eletto Papa il cardinal Marcello Cervino (Marcello II), riformatore morale, contrario al nepotismo, ai lussi e persino alla Guardia svizzera, ma che, dopo soli 21 giorni di pontificato, morì o per infarto o per cancrena, in ogni caso lasciando libero campo all’oscurantista Carafa, che ottenne l’elezione. Perciò, temendolo, Ercole stesso fece arrestare il Cavalli e lo inviò a Roma, dove fu impiccato ed arso nel maggio 1556 (1 – 4).