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- Renata di Francia -             

Le Nozze di Renata ed Ercole

 

Il primo novembre 1527 si concordò il matrimonio: il duca Alfonso I a nome del figlio e l’inviato francese Giovanni Gioacchino di Vaulx a nome del suo re contrassero a Ferrara i primi sponsali tra Ercole e Renée (2).

Renata portava in dote 250.000 scudi d’oro, convertiti nella rendita annua di 12.500 scudi del ducato di Chartres in Normandia, e dalla signoria di Montargis nell’Orleanese, per cui Ercole assunse il titolo di Duca di Chartres e dichiarato Visconte di Caen, Follese e Baiusa (2-3). Oltre a ciò, il preziosissimo corredo di Renata era completato da bellissimi arazzi francesi, che non si mescolarono mai con quelli estensi e rimasero sempre suoi (1).

Nell’aprile 1528 Ercole partì da Ferrara con 200 cavalli secondo alcuni, secondo altri con 119 cavalli e 87 muli, seguito da oltre 150 persone, tra cui 55 nobili (2).

Le nozze furono celebrate il 28 giugno 1528, a Parigi nella Sainte Chapelle, ed Alfonso inviò alla nuora in regalo gioie per un valore di 100.000 scudi, ribadendo in una successiva lettera all’Illustrissima Madama che se non le poteva promettere le grandezze di una Corte regale, le prometteva però che sarebbe stata signora di tutto. Ercole da parte sua aveva scritto a Francesco I: “… quando la sarà in casa nostra, ella sarà trattata de sorte, che speravo non le incresceria mai de esserli venuta, et….sua M.tà…similmente non havra ad increscerle dhavermela data…(1-3).

Le nozze furono particolarmente sontuose, seguite da un pranzo al Palais durato tre ore e dalle danze commentate dall’epitalamio composto e cantato dal poeta Clément Marot: “Dansez, ballez, solemnisez le fête(4).

     Parigi, Sainte Chapelle.

 

Renata, secondo l’ambasciatore Prosperi, desiderava venire in Italia, imparare al più presto la lingua italiana e vestirsi secondo la moda locale ed Ercole si affrettò ad inviare le sue misure a Ferrara, perché le fosse preparato un abbigliamento completo (1).

Gli sposi si fermarono in Francia per oltre due mesi, essendovi a Ferrara un’epidemia di peste, e il ritorno procedette lentamente nell’attesa che l’infezione si sedasse. Partirono a settembre ed arrivarono a Brescello e di lì a Reggio il primo novembre, quindi il 12 novembre entrarono in gran pompa a Modena, dove per riceverli furono inviati da Alfonso 24 carri carichi di mobilio e 78 casse di arredi, tra cui arazzi e tappeti. Il 30 novembre gli sposi partirono da Modena ed arrivarono a mezzanotte a Ferrara, all’isola di Belvedere, nella cui Delizia pernottarono (2).

Tre editti (17, 24 e 28 novembre) di Alfonso I precedettero l’ingresso in città degli sposi: le persone fuggite per la peste dovevano tornare alle loro abitazioni; tutti dovevano deporre le gramaglie per togliere alla città il triste aspetto di lutto; si dovevano riaprire i mercati, riprendere le lezioni e il giorno dell’arrivo tutti dovevano sospendere le attività per portarsi sul Po col miglior vestito, “a cavallo chi l’avesse” (2).

Il primo dicembre 1528, l’ingresso solenne avvenne per la porta di S. Paolo, su strade ricoperte da preziosi palii e panni bianchi, rossi e verdi, accompagnato dal suono delle campane e dai colpi di artiglieria (2-3).











    Ferrara, Palazzo Ducale

Renata su una lettiga con baldacchino portava in testa la corona d’oro, “il che ha dato da dire assai, non essendo regina benché figlia di re”, ma Renea era nata per essere regina e tale sarebbe stata, se non fosse esistita “la malvagia legge salica” e se Dio le avesse donato “la barba al mento”, perciò voleva vivere di conseguenza (2-3).

Così fu una vera e propria Corte quella che arrivò con gli sposi: 14 dame d’onore, tra cui la sua “comme – mèreMichelle de Soubonne, Baronessa di Soubise, potentissima e influente, a cui la madre morente l’aveva affidata e la cui presenza era stata imposta da Renata stessa prima di accettare il matrimonio. Seguivano 80 paggi nobili e altri nobili a cavallo, per un totale di 126 persone, tra cui 4 segretari elemosinieri, il medico, il farmacista, valletti e tappezzieri, coppieri e “someglieri”,cuochi, panettieri, “potaggieri”, “l’uomo che fa le salse” e il pasticciere, il calzolaio, i sarti, guardarobiere e lavandaie, facchini, palafrenieri e scudieri per  i 118 fra muli e cavalli che seguivano Renata (1).

Balli e banchetti si susseguirono, mentre molti poveri gridavano per la città: “io moro de fame e de fredo”, ma nessuno li udiva e ogni giorno se ne trovavano di morti sotto i portici (1).

Alfonso I aveva preparato con cura l’arrivo di Renata, consapevole della potenza della Francia, che contendeva il primato in Europa allo stesso imperatore, e la appellava Madama, come fu poi sempre chiamata Renata, in rispetto all’etichetta cortigiana, che così intitolava la figlia di un re (4). Per lei fece allestire con “belle tapezarie francese d’oro e di seta(1) la stanza più prestigiosa del palazzo estense, quella di fronte alla cattedrale, chiamata del cavallo, perché soprastante la statua equestre di Nicolò III. In quest’ala del palazzo ducale, collegata al castello con la cosiddetta Via Coperta, fu insediata la Corte di Renata, dotata di servizi per le persone del suo seguito (4).