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- Lavoro e sviluppo -

Strumenti agricoli

 

 

“Tìr”

Il tiro classico ferrarese era composto da dodici mucche, sei coppie aggiogate, in cui si preferivano le vacche ai buoi, poiché erano più produttive, per il lavoro paziente, per il latte e per i vitelli.

 

 

 

 

 

 “Zó”

Il giogo, che teneva uniti i buoi in coppia, era sostanzialmente un legno sagomato e a doppio collare, da cui, da entrambe le parti, pendeva la “Gulàna”, formata da tre ferri snodati e uniti tra loro da ganci.  Ciò era fondamentale per poter liberare velocemente l’animale in caso di caduta, cosa che poteva accadere, soprattutto alla mucca che procedeva in “làga”.

La “làga” era il solco prodotto dall’aratro nel suo andare e venire nell’appezzamento, per cui, nella coppia, mentre un animale si trovava ancora sul terreno piano, l’altro affondava le zampe nella terra già rivoltata.

 

Nell’anella posta alla sommità di ciascuna delle due parti del giogo, era infilata l’ “arvaròla”, la corda che, passata da sotto attorno alle corna e legata con un nodo resistente sulla fronte dell’animale, assicurava il giogo alla bestia. Al centro del giogo usato a Consandolo non pendeva una corda o un ferro, ma vi era un consistente pezzo ligneo, che, oltre ad innestare i due collari, conteneva il foro per il passaggio del timone del carro. Esso fuoriusciva dal giogo e veniva fermato, in uno dei suoi fori con una cavicchia, per cui i buoi, tirando, spingevano il giogo che, premendo sul cavicchio, trainava il carro; tra il giogo e i buoi, in un altro foro del timone veniva infilata la “śtadùra”, un ferro che frenava il carro in caso di fermata.

Davanti alla prima coppia di buoi, ne veniva aggiogata un’altra utilizzando l’ “anźìn”, che era un palo di circa due metri e mezzo, dal diametro di 10-12 centimetri,un po’ appuntito anteriormente, dotato di gancio per l’ attacco di un eventuale altro “ anźìn” e di un legno appiattito, chiamato “ réma”, delle stesse dimensioni e con la stessa funzione della cavicchia del timone. Nella parte posteriore era fornito di una catena di 70-80 centimetri, non avvitata, ma “imbrucàda”, fissata cioè con una sorta di chiodo dalla grossa capocchia e dalla punta ribattuta; la catena terminava con un gancio da congiungere con quello anteriore di un altro attacco e così via secondo la quantità  di coppie di buoi richiesta dal tipo di lavoro da svolgere.

 

“Murdécia”

Era il “morso” da naso per bovini, con “palline” di protezione per il naso.

Ad alcune mucche più sensibili la pelle del naso si poteva rompere, per cui ad esse veniva messa la “tàia”, una specie di striscia metallica a cavallo del muso.

Per sostenere il morso e per guidare l’animale si legava all’anello la cavezza (cavéźa), passandola sulle corna.

 

Càr

Il carro della famiglia Orsini fu costruito nel 1905, appositamente per Primo Orsini, da un “maèśtar caradòr”, l’artigiano maestro carradore, che ha saputo fondere la razionalità meccanica e la perfetta funzionalità in un’artistica e armoniosa composizione.

 

“Timón”

Il timone più corto, costruito in un secondo tempo, si agganciava al trattore meccanico, mentre quello più lungo, provvisoriamente appoggiato sull’altro, era il timone da giogo.

E’ ben visibile in basso a destra la “śtadùra”, cioè l’alto cavicchio di ferro, che, inserito in un foro del timone, tra il giogo e i buoi, bloccava il carro, in caso di frenata, in modo che non colpisse gli animali.  Alla sommità della “śtadùra”, in genere decorata, si inseriva un grosso anello, a volte anche più di uno, che col movimento batteva contro la “śtadùra”, risuonando per segnalare, soprattutto di notte, l’arrivo del carro.

All’estremità del timone vi sono diversi fori per l’entrata della “cavìcia”, la cavicchia cioè che, costituendo il fermo del giogo, consentiva il traino agli animali.  La scelta del foro da utilizzare dipendeva dall’altezza delle mucche.

“Languàl”

Il timone alzato consente di vedere la cuspide del “languàl”, il travetto su cui s’innesta il timone. Gli anelli sulla sponda del carro servivano a legare le funi (śógh) con cui si assicurava il carico.

 

 

“Avantréno”

L’assale che sostiene lo sterzo poggia sul “languàl”.

“Ròda”

 La stretta ruota di questo carro è stata formata assemblando con assoluta perfezione, senza cioè un solo millimetro di scarto, sette settori circolari comprendenti due razze ciascuno.  Un cerchio in ferro circonda la ruota e ne protegge la battuta. Un cavicchio (źiròl) unisce la ruota al mozzo e all’albero.

“Śtèrź”

Sotto il piano del carro, sostenuto da ferri lavorati a decoro è inserito il disco girevole dello sterzo.

 

 

“Braźadèla dal śtèrź”

Nella parte retrostante l’avantreno, un cerchio in ferro, supportato da sostegni ornati, consentiva la stabilità del carro nelle curve, soprattutto a pieno carico.

 

 “Càśa”

Nell’ asse d’ unione delle ruote anteriori con le posteriori, notevolmente ispessito, è stato ricavato un vano portaoggetti.

 

« Caśéta »

Nella cassetta vi erano le soghe per legare il carico ed anche, oltre ad altri attrezzi, la “brénda dal buàr”, la merenda del bovaro con l’immancabile fiasco di vino.

 

“Muźón”

Anche i perni delle ruote erano sagomati.

 

“Mulinèl”

Sull’ arganello si avvolgeva la “śóga” o comunque le funi per il carro, che venivano bloccate da un dispositivo stesso del mulinello.

E’ nella parte posteriore del carro, tanto che da qui nacque il detto: “indré còme al mulinèl dal càr” (che vuol dire essere indietro come il mulinello del carro).

 

“Pió”  

L’aratro, che i buoi aggiogati tiravano per dissodare il terreno (fàr la biólca), era costituito da varie parti:

- “al barcaròl”, l’intelaiatura a due ruote, con la bure, l’asse che collega e sostiene le diverse parti e con il regolatore, il cavicchio forato munito di due grosse viti per regolare la larghezza e la profondità della “làga”, cioè del solco;

- “l’impugnadùra”, le stegole che permettono all’agricoltore di governare l’aratro;

- “al śgarmiaròl”, la lama vicino alle ruote, che sarchiava e rovesciava l’erba nel solco; “la cóltra”, il coltello che seguiva lo “śgarmiaròl” e che , taglando la terra in senso verticale, manteneva la direzione del vomere;

-“al gumiér”, il vomere dalla robusta lama d’acciaio che tagliava il terreno in profondità, orizzontalmente;

- “al varśùr”, il versorio dalla superficie concava che rovesciava la fetta di terra tagliata dal coltello e dal vomere.

 

“Piudìn”

E’ l’aratro per dissotterrare le patate.

 

 

“Maźét da lòt”

Prima  della  semina la terra veniva pareggiata spaccando le zolle (lòt), con una mazza di legno.

Śumnadóra”

La seminatrice era dotata di dischi (dìśc), che incidevano il terreno e di tubi cavi (canùn), in cui passavano i semi che, per caduta, finivano nella terra, consentendo la nascita delle piante in file, la cui linearità offriva notevoli vantaggi sia nella sarchiatura che nella raccolta.

I dischi erano intercambiabili secondo il tipo di colture da seminare, e i tubi, che dovevano affondare almeno per quattro dita, erano tenuti a piombo da pesi in pietra, che furono poi sostituiti da una leva per la cosiddetta distribuzione forzata.

Le seminatrici più piccole, ad esempio a quattro cannoni, erano trainate da un asino, ma poteva essere anche un operaio stesso a tirare, mentre un altro guidava da dietro, spingendo nel contempo; quelle più grandi, a otto o dieci cannoni, a volte appaiati per rinforzare il numero di piante in una stessa fila, erano trainate da buoi e guidate da un operaio che faticosamente le manteneva in linea.

Dato che gli animali affondavano molto nel terreno, se questo era particolarmente molle, come in primavera, quando si seminavano le barbabietole e la canapa, per evitare lo sconvolgimento del campo, le mucche aggiogate venivano condotte lungo la capezzagna, ai bordi dell’appezzamento, e la seminatrice era collegata al tiro con un sistema di corde e carrucola, che veniva spostata ad ogni cambio di direzione.

Dopo la semina, per coprire i semi, si passava il “gàt”, un erpice costituito da catene snodate, cui veniva unito l’ “arpghìn”,  formato con fascine di spine  di rovo.

“Runchét”

E’ un sarchio da grano, le cui due zappette contrapposte l’una più stretta dell’altra, si inserivano meglio fra le ravvicinate piante di grano per la sarchiatura

 

“Sghìt”  

Le falci da mietitura erano usate anche per altri lavori.  Quella più arcuata era meglio indicata per svettare le barbabietole, che venivano raccolte da terra con un colpo della punta.

Erano utilizzate anche per “śpampanàr”, cioè tagliare i pampini della vite.

 

“Pàla – śèsa”   

Era usata per spalare i cereali stesi sull’aia. Maneggevole e più leggera di quanto non sembri, la pala era ottenuta da un unico pezzo di legno. C’era anche il “palón” più stretto.

 

 

“Sgranfgnìn e furźìna”

 I graffi servivano per estirpare le barbabietole; nel manico era attaccata una coda, che, passata attorno ai fianchi, consentiva di tirare con maggior forza.

 

La “furźìna”,

Inserita sotto il residuo di barbabietola spezzata, lo sollevava dalla terra recuperandolo.

 

 

“Furcùn da bietùl” 

Il forcone, a cinque punte ingrossate e arrotondate, spostava e caricava le barbabietole senza forarle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Furcùn” 

Il forcone a tre rebbi era da fieno, mentre quello a 5 punte era da letame per la pulizia delle stalle.

 

“Cariulón da śtàla” 

Era la carriola usata per il trasporto dello strame durante la pulizia della stalla. Nonostante la prosaica destinazione d’uso, era ben lavorato e accuratamente sagomato.

“Furcón da aldàm”

Il forcone a 4 denti ricurvi serviva per trascinare il letame giù dal carro, quando si spargeva lo strame come fertilizzante (śtramnàr).

 “Làź” 

Il legaccio in ferro assicurava la mucca alla mangiatoia, a cui era agganciato tramite l’anello centrale; la catena veniva passata attorno al collo dell’animale e i tre diversi anelli erano per tre diverse misure di collo.

La campanella in genere pendeva sotto la gola delle mucche, che segnalavano così il loro andare.

 

“Balanźìn” 

Era un attrezzo usato per mantenere unita una pariglia, cioè una coppia di cavalli al tiro di un biroccio.

“Tàia” 

La lama particolare serviva per tagliare il fieno pressato in “fìta” sul fienile.

 

                                                      

 

“Quàr”                  

Il corno bovino era dotato di gancetto per essere appeso alla cintura. Cavo per natura, conteneva acqua e cote (préda), la pietra arenaria usata per affilare il taglio del ferro.

 

“Fèr da sgàr” 

La falce per il taglio del fieno era a manico lungo (gàmba), in cui una delle due impugnature era ricurva quasi ad angolo retto (manculéta), e la lama era fissata nell’innesto con cunei di legno (garét).

“Piànta” 

Era l’insieme del cavicchio e del martello che servivano per arrotare il ferro da falciatura (bàtar al fèr).

L’estremità appuntita andava conficcata nel terreno fino ai “rìź dla piànta”, che la bloccavano. Sulla sommità convessa della parte sporgente si appoggiava la lama, che veniva battuta col martello, anch’esso convesso.Una catenella removibile manteneva uniti i due pezzi e ne rendeva più  facile il trasporto.

 

“Sghìn” 

Sono le seghette per la potatura delle piante.  Le più dritte sono precedenti alle ricurve.

“Martìna e falźón” 

La “martìna”, a sinistra, è una roncola per la potatura della siepe. C’era anche il “martinét”, più piccolo, adatto per fare la “pudaiòla”, cioè la fascina, in cui i rametti erano sistemati “vdón con vdón”, cioè base con base e “véta con véta”, vetta con vetta.

Il “falźòn” era un tagliante per rami grossi, dotato di gancio per appenderlo ad un apposito dispositivo messo in cintura.

 

“Rónca” 

La roncola a manico lungo era indicata per portare i rovi.

 “Falźinèla” 

Falcetta per il taglio a mano della canapa.

 

“Źàp” 

La zappa in alto, ripiegata verso il manico, si usa più frequentemente in montagna, mentre quella in basso a destra è la tipica ferrarese.

“Raśtlìna” 

Era un piccolo rastrello in legno, adatto soprattutto ai fossi.

Il “raśtèl”, più grande, era invece per il foraggio, cioè il fieno coltivato come l’erba medica e per il “guaiùm”, l’erba di scolo, fosso, capezzagna o di altra provenienza.

“Vànga con farléta”

La “farléta” è la staffa per l’appoggio del piede in spinta d’affossamento.

“Vanghét da śpundìn” 

La vanga più piccola serviva per pareggiare e livellare le sponde dei fossi.

 

 

“Sgranfgnìn da póź”

Il graffio ripescava il secchio, quando, cadendo dalla carrucola (źirèla), si perdeva nell’acqua del pozzo.