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- Lavoro e sviluppo

Sant’Antonio Abate

 

 

Oltre alla casa e al fienile, nella corte rurale consandolese non mancavano mai il pozzo (ź) e il forno (fóran), una caratteristica piccola costruzione con l’imboccatura ad altezza d’uomo, sotto cui spesso veniva ricavato un vano per le oche (uchìl).

Il pollaio era in genere una casupola a parte, frequentemente costruita in legno o canna su una piccola piattaforma posta alla sommità di un palo piuttosto alto, sia per isolarla dai predatori che per scoraggiare i ladri; i polli vi accedevano di sera tramite una specie di scaletta ottenuta attaccando corti legnetti trasversalmente  ad una pertica inclinata fino all’imboccatura del pollaio.

In alcune corti, a completare le strutture rurali, vi era l’aia (àra): 100 mq di cortile selciato e bordato per l’essiccazione dei cereali e dei legumi.

Naturalmente sempre, comunque fosse impostata la corte, vi si trovava il porcile (purźìl), perché il maiale costituiva la base dell’alimentazione. Era una piccola costruzione a parte, nella maggioranza dei casi in muratura e ombreggiata da un albero, con una porticina ben chiusa a chiave, per timore del furto, che avrebbe privato per un anno la famiglia del principale sostentamento.

Il porcile era caratterizzato dal trogolo (àib), inserito alla base di una parete in modo che fuoriuscisse per metà, così da essere riempito con la “bròda” o altro cibo senza dover entrare.

Qui non mancava mai l’immagine cartacea di Sant’Antonio Abate (Śant’Antòni dal busghìn), così come non mancava nella stalla e nello “śtalét”.

Sant’Antonio Abate è infatti il protettore degli animali e quindi Patrono degli allevatori e degli agricoltori; per questo, il 17 gennaio, giorno dedicato al Santo, in quanto morto in tale data, era visto come un’importante solennità da festeggiare, tra l’altro era l’unico giorno dell’anno in cui i bovari potevano riposare, se in un qualche modo trovavano un sostituto.

I contadini di Consandolo si recavano alla fiera della Molinellina, di cui Sant’Antonio Abate è Patrono e qui, nella piccola chiesetta dedicata al Santo, assistevano alla S.Messa.

Particolare:  la tavoletta con Sant’ Antonio Abate protettore degli animali domestici, quindi patrono degli allevatori e degli agricoltori., anno 2008

I rituali di festeggiamento erano connessi a quelli dell’Epifania; se infatti la Befana era la “vècia” che portava doni nella notte, anche al “vciòn” del 17 gennaio lasciava qualche dono e, fino agli anni ’50, in entrambe queste ricorrenze alcune persone mascherate, soprattutto da animali, giravano per le case coloniche, dove, in cambio di un cotechino e di una bottiglia di Clinto, inscenavano una farsa a colpi di battute mordaci.

Probabilmente negli anni ’50 era ancora viva l’usanza di celebrare i riti propiziatori per l’anno entrante, che affondano l’origine in tempi antichissimi e che ancora si ritrovano, pressoché identici, nei Fescennini etruschi, quando i contadini, camuffati con maschere, dialogavano a <<contrasto>> salace in occasione di certe festività religiose.

Anche la figura di Sant’Antonio Abate sembra aver assunto molte delle ataviche prerogative d’Ermes – Mercurio; tutelava infatti molti commercianti ed anche i becchini, proprio come quel dio che, oltre a proteggere gli animali domestici e gli allevatori, sovrintendeva ai mercanti e provvedeva ad accompagnare le anime nel loro trapasso e, come Ermes, i cui ritratti propiziatori, le erme appunto, erano eretti nei campi, Sant’Antonio Abate preservava i raccolti e la sua immagine era sempre accompagnata dal porcellino (busghìn), anche nel caso in cui non fossero presenti altri animali.

Questa associazione pare proprio sottolineare l’importanza del suino, il cui allevamento appunto era non solo basilare per i contadini, ma fondamentale anche per il mondo antico, in cui il custode dei maiali aveva facoltà profetiche e per Omero il porcaro Eumeo era divino.

Non sembra dunque difficile capire la venerazione ed il sincero affetto degli agricoltori per Sant’Antonio, il primo anacoreta e taumaturgo, che oltretutto proteggeva anche dalle malattie contagiose e dagli incendi, vera calamità per i fienili, e per questo è comprensibile la sollecitudine con cui a Consandolo il 17 gennaio essi attendevano il Sacerdote, che arrivava puntuale a benedire le stalle e tutti i ricoveri animali, lasciando una nuova effigie del Santo.