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- Lavoro e sviluppo

La vite e la produzione del vino

 

 

I contadini coltivavano la vite in genere per il proprio consumo, dando le preferenze al Clinto, al Trebbiano o alla Vò d’Òr di Comacchio.

Le piante erano disposte a “Śtréna”, cioè a filari e ai capi di ogni fila vi era un albero, un olmo o un frassino o un salice, che si potava per ricavare i “Fraścùn”, cioè i pali forniti di rametti che si inframezzavano alle piante, per sostenerle, e i pali liberi “Barśò”, i pergolati attorno a cui si avviluppavano i rami e i pampini della vite.

I pali venivano privati della scorza con un taglierino adunco chiamato “Ścurźaròla” e la corteccia era data in pasto alle mucche.

I rami dei salici più flessibili erano utilizzati come giunchi (“Vìnch”) per farne dei legacci (“Śtròpi”) per le fascine o per servirsene durante la potatura; con i rami più grossi si formavano invece i manici degli attrezzi, quali zappe, forconi o altro, perché il legno del salice è il più leggero.

 

Durante la vendemmia i contadini si recavano verso la vigna con una slitta, (“Ìlźa”), che era direttamente attaccata al giogo dei buoi tramite l’anella centrale di una apposita catena (“Tacadùr”) .

Sulla slitta, a volte su due, erano caricati due tini (“Tinàź”), su cui era già stata posta la “Vinaròla”, il recipiente in cui si pigiava l’uva, forato e dotato di finestrelle che si aprivano per gettare nel tino le raspe (“Gràśp”).

La pigiatura, infatti, era spesso effettuata direttamente sulla capezzagna, specialmente se si era mezzadri, perché alla vigna veniva portata anche la “źa”, una botte da sette quintali circa, legata sul carro e assicurata con funi al mulinello, che, quando era piena, costituendo già la mezza quantità di produzione spettante al padrone del terreno, veniva tappata e trasportata in “Córt”, cioè alla tenuta centrale del proprietario.

 

I tini invece venivano riportati a casa, dove, dopo otto giorni di ribollitura, il mosto era torchiato, se si possedeva il torchio, o comunque privato delle raspe, che erano messe in un altro tino collocato vicino al pozzo, perché vi si aggiungeva acqua, per ottenere il cosiddetto “Buì”, un’acqua dal sapore di mosto , dissetante e di bassa gradazione alcolica, che anche i bimbi potevano bere.

Le raspe poi, sia provenienti dal torchio che dal dilavaggio, erano ammucchiate in cortile e vendute ai produttori di grappa, che a Consandolo erano di solito veneti.

Il mosto del tino era passato nelle botti in cantina e in novembre si effettuava il primo travaso, degustando il vino novello.

 

Perizia del 1723:

Pianta della fabbrica dei Sig.ri fratelli Scazerna (Scacerna) in Consandolo.

 

Pavimentazione in cotto emersa durante la recente ristrutturazione del palazzo Buscaroli

 

1.        Portici sopra la strada

2.        Camara da cochiero selegata

3.        Stalla da cavali

4.        Stanza ad uso di cantina

5.        Porticaglia a lato della stalla

6.        Entrata

7.        Portici sopra la corte

8.        Botega selegata

9.        Botega

10.      Botega selegata

11.      Pollaro

12.      Camara

13.      Corte d’avanti sopra la strada

14.      Cantina

15.      Tinazara selegata

16.      ……

17.      Cantina sotto la stalla

18.      Selegata

19.      Cantina

20.      Tinazara e cantina

21.      Cucina selegata

22.      Selegata …

23.      Cantina selegata

24.      Bugadara selegata

25.      Cortile o corte posteriore

Perizia aprile 1723: pianta della fabbrica dei Sig.ri fratelli Scacerna in Consandolo

Perizia del 1723: Prospettiva della fabbrica Scacerna, attuale palazzo Buscaroli.

(nel disegno si può notare l’assenza del balcone sopra l’entrata principale del palazzo)