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- Lavoro e sviluppo

La stalla

 

 

La stalla, al piano terra, aveva una porta centrale d’accesso nel lato anteriore e una centrale d’uscita in quello posteriore, collegate da un lungo corridoio selciato (mèź dla śtàla) infossato ai bordi (śulcàr), per consentire lo scolo dell’urina, che, attraverso dei fori nella parete, veniva convogliata nel pozzo nero esterno, generalmente non distante dalla concimaia, ed utilizzata come fertilizzante.

Ai lati erano situate in sequenza le poste, anch’esse selciate e rialzate rispetto al corridoio, scandite da colonnette sovrastate da capitelli lavorati, che conferivano alla stalla un aspetto quasi “elegante”.

Le stalle erano predisposte per dodici mucche (bèsti), anche se ovviamente ce n’erano di più piccole; un tiro (tìr) classico ferrarese infatti era composto da dodici mucche, cioè sei coppie aggiogate, in cui si preferivano le vacche ai buoi, perchè i buoi erano più robusti e adatti ai lavori pesanti, ma le vacche erano più produttive, per il lavoro paziente, per i vitelli (bisìn) e per il latte.

La mungitura infatti era tra i primi compiti del bovaro (buàr), quando la mattina verso le quattro, o anche prima, si apprestava a rigovernare la stalla; fornito di capaci secchi, mungeva seduto su un piccolo sgabello (ścanèl),  consistente in un sedile tondeggiante e quattro corte gambe leggermente divaricate, che permettevano la sua veloce rimozione, in caso il pesante animale scartasse per opporre resistenza.

I mezzadri che gestivano le stalle da due tiri erano considerati particolarmente facoltosi, poiché, dovendo fare a mezzo col proprietario, si trovavano a possedere un tiro intero.

I bovari, di solito i contadini stessi, ma a volte vere e proprie figure lavorative assunte allo scopo, che decidevano di allevare un toro da riproduzione, dovevano separare e rinforzare parte della stalla, poiché il toro era focoso e pericoloso e ad esso, dietro compenso, i contadini portavano le vacche alla fecondazione servendosi del “bruźòn”, un grosso biroccio a due ruote, basso, per consentire agli animali di salirvi, con alte sponde di protezione e tirato da un cavallo o, se possibile, da una pariglia, per la quale si usava il “balanźìn”, una sorta di bastone a due attacchi per mantenere unita la coppia di cavalli.

In ogni posta la mucca veniva assicurata con il “làź”, una catena di due metri circa, con un anello (anèla) centrale da fissare alla corda della greppia e tre anelli ad un’estremità, per avere tre misure diverse in cui inserire il ferretto posto all’altra estremità, dopo aver fatto passare la catena attorno al collo dell’animale. Inoltre, dopo aver rigovernato con paglia pulita, veniva posto un’asse (piśón), trasversale alla posta, sotto le zampe posteriori di ogni mucca, perché fosse più alta e più imponente alla vista.

In ciascun compartimento (pòsta) vi era, attaccata al muro di fondo una mangiatoia (grùpia) in laterizio, lunga circa due metri, come la larghezza della posta, alta e larga 50-60 centimetri, in cui veniva messo il fieno stivato al piano superiore, nel fienile.

 

Stalla interno

 

Corridoio centrale; notare come il pavimento al centro sia bombato. Questo permetteva che i liquidi defluissero nel canalino (curiòl o śulcàr) che si veniva a formare alle estremità, il quale aveva una pendenza tale da scaricare ciò che era al suo interno verso il fondo della stalla, dove c’erano i pozzi di raccolta, anno 2008

 

 

Foro nel muro in fondo alla stalla: attraverso questo buco il “curiòl” scaricava i liquidi all’esterno in appositi pozzi di raccolta, anno 2008

 

 

 

Colonne e capitelli (culònn e capitlìn). In questa immagine si possono notare le colonne che reggono il soffitto. Si vede che il soffitto, una volta probabilmente in legno, non appoggia più sul capitello, perché il solaio è stato rialzato e ricostruito in cemento armato. In basso si nota il canalino dove defluivano i liquidi degli animali, anno 2008

Posta (pòsta), al centro del muro in alto i ganci sui quali si riponeva il giogo (zó). Sul fondo in basso la mangiatoia o greppia (grùpia). La posta era delimitata da due colonne dalle quali partiva, fino al muro, una tramezza (tramzàra) in legno, anno 2008

 

 

Particolare dei ganci (mudiùn) ai quali si appendeva il giogo, anno 2008

 

 

Particolare della greppia; sul bordo superiore veniva posto un asse di legno con un foro attraverso il quale passava una corda annodata: in questa corda la sera venivano legate le mucche. Al muro abbeveratoi moderni, anno 2008

 

Piccolo abbeveratoio (aibìn, àib se è grande) per vitelli (bisìn), anno 2008

La mungitura: Antonio Orsini seduto sul tipico sgabello (ścanèl) che munge (c’al mónz), metà anni ’70.

Capitello (capitlìn), anno 2008

La piccola stalla (śtalét) del cavallo

 

Dall’ultima posta in fondo alla stalla, sulla sinistra, si accedeva tramite una porta alla stalla del cavallo (śtalét). Di fianco alla porta in basso a sinistra si può notare il piccolo abbeveratoio per i vitellini (bisìn), anno 2008.

 

 

 

Quella interna non era l’unica porta di accesso, infatti  si accedeva allo “śtalét” anche tramite una porta che dava verso l’esterno, nella fiancata laterale, anno 2008

 

 

 

La disposizione interna è sempre la stessa, ma la posta non è rialzata dal resto del pavimento perché lo scolo dei liquidi è possibile comunque: infatti il piano calpestabile è inclinato verso la porta d’uscita che dà all’esterno. In alto a destra, appesa al muro, una tavoletta di legno reca la figura di Sant’ Antonio Abate (Śant’ Antòni dal busghìn), anno 2008.