Indietro

Homepage

- Lavoro e sviluppo -

La Raccolta della frutta dal ‘50 al ‘70

 

 

Nei campi distrutti dal passaggio del fronte non fu più seminata la canapa, ma, sull’esempio soprattutto dell’Azienda Buscaroli, si piantarono gli alberi da frutto.

I frutteti cominciarono a produrre negli anni ’50, tanto che la raccolta della frutta divenne la più importante e fiorente attività di Consandolo, che, per vent’anni non conobbe la disoccupazione. La raccolta infatti richiedeva numerosa manodopera e impegnava anche gli studenti durante le vacanze estive.

Da essa si originarono altri quattro complessi frigoriferi, oltre alla preesistente fabbrica Buscaroli: Corelli, C.P.O.C. (Cooperativa Produttori Ortofrutticoli Consandolo), Cavallini e Massari.

 

Raccolta delle pesche Azienda Buscaroli - Anni ’30.

I portici in piazza

I braccianti stagionali, iscritti al “Collocamento”, si recavano il sabato a consultare le “liste” presso l’ufficio, che fu per un periodo sotto i portici in piazza, per sapere non tanto se la settimana successiva sarebbero stati a lavorare, bensì in quale fondo o podere dovevano recarsi.

Gli operai spesso erano richiesti nominalmente dal conduttore dell’azienda, sia esso coltivatore diretto, mezzadro o affittuario, che otteneva per loro dall’ufficio di collocamento il “nulla osta”, comprovante l’effettivo invio del bracciante nella specifica azienda.

Per ogni salariato si computavano le ore di lavoro e si “segnavano” le giornate, il cui numero veniva trasmesso all’INPS.

Casella di testo: (raccolta delle pesche Azienda Buscaroli)
Anni ’30.
Durante gli anni ’50 e ’60, la raccolta della frutta iniziava a fine maggio con la pesca May Flower,  la cosiddetta Maggiolina, e con la pera S. Giovannino, proseguendo poi in giugno quasi esclusivamente con pesche della varietà Morettini precoce, Amsden e Redhaven precoce.

In luglio, alle pesche Morettini e Redhaven normali e tardive si aggiungevano le pere William precoce e Guyot, si seguitava poi in agosto con le pere William normale, Decana e Imperatore Alessandro, detta Kaiser, iniziando anche la raccolta delle pesche Hale precoce, che nella sua varietà costolata tardiva arrivava a settembre.

Tra settembre e ottobre si raccoglievano le pere Abate Fetel e si cominciava lo stacco delle mele, che proseguiva anche fino a novembre. Tra le varietà allora più diffuse si contavano la Delicious, soprattutto Statk e Golden, la Renetta, la Rambour, la Stayman, l’Imperatore   e l’Abbondanza.

La raccolta culminava e in genere terminava nella prima metà di novembre con la pera Passacrassana, che proprio quella prodotta nella terra di Consandolo fu definita dagli agronomi la miglior qualità in assoluto.

 

 

 

ramo di mele della varietà “Imperatore”

 

Anni ’50.

 

 

 

ramo di mele della varietà “Imperatore”

Anni ’50.

 

Alla metà degli anni ’60 si iniziò anche la produzione delle pesche Nettarine senza pelo, di fragole e di meloni, quest’ultimi sia in serra che all’aperto, impegnando così un numero elevato di braccianti fin dall’inizio primavera.

Lo stacco dei frutti, effettuato in due o tre volte dando la preferenza a quelli più grossi e coloriti, andava, e va tuttora, eseguito a frutta perfettamente asciutta, a picciolo integro e con la massima accuratezza per evitare ammaccature e scalfitture; per questo le ceste di vimini erano imbottite di paglia ricoperta di iuta e le casse di legno rivestite all’interno di grossa carta apposita. 

Le ceste erano anche provviste di ganci scorrevoli nel manico per essere appese ai rami, lasciando così le mani libere per la raccolta. Negli anni ’60 arrivarono i primi cesti in plastica, molto più leggeri e maneggevoli.

Casella di testo: (raccolta di mele con cesta in vimini – anni ’50)
I cesti pieni venivano portati, o dal raccoglitore stesso o da un operaio addetto, sulla capezzagna, dove in genere era approntato un banco, con panche o con casse,  su cui si selezionavano i frutti, scartando i difettosi e i “fuori misura”, quelli cioè o troppo piccoli o troppo grossi rispetto alla dimensione richiesta dal mercato.

         

raccolta di mele con banco di cernita, anni     ’55-’60

calibro da selezione per cernita a banco – Epoca attuale

Per questa misurazione si disponeva di un calibro, che poteva essere costituito da una striscia in metallo, lunga cm 50 – 60 circa, con fori di varie circonferenze, da appoggiarsi sulla cassa, o da una corona circolare metallica, della dimensione richiesta da quella particolare produzione, dotata di un forellino in cui passare un legaccio da appendere al collo.

Casella di testo: (calibro da selezione per cernita a banco – Epoca attuale)
Infatti, sempre negli anni ’60, si cominciò ad usare uno slittino in ferro, su cui si disponevano le due casse, quella per la prima scelta e quella per lo scarto, e ciascun operaio trascinava lo slittino man mano che procedeva nella raccolta, calibrando direttamente i frutti e deponendo sotto i filari le casse piene, che sarebbero state poi caricate sul carro, trainato lentamente dal trattore lungo lo spazio tra i filari (vanizón).

 

calibro da collo per selezionatura della frutta – Epoca attuale

Le ceste invece continuarono ad essere usate per lo stacco dai rami alti, a cui si arrivava con lo scalone (ścalón), una scala, prima in legno poi in metallo, a pioli di lunghezza decrescente, dotata di un sostegno (gàmba) richiudibile, che, aperto e un po’ affondato nel terreno, ne consentiva la stabilità. 

Ben presto iniziarono ad essere evidenti i vantaggi offerti dalla disposizione delle piante a filari, per cui vennero prima sperimentati poi adottati nuovi metodi di impiantamento, di innesto e di potatura dei frutteti: gli alberi non furono più tenuti “a vaso”, distanti dieci metri l’uno dall’altro, ma impiantati appunto in filari e mantenuti molto più bassi.

Filari di peri. Fine anni ’50

Raccolta dai rami con scalone di legno. Anni ’50

 

 

 

 

 

 

Innesto su pianta a vaso con incalmatura a marza.

Anni ’50

Questo infatti migliorava la potatura, la produzione, l’esposizione alla luce e la raccolta, per la quale si inventarono nuovi sistemi più rapidi e meno faticosi, dotandosi di mezzi ideati in azienda e fatti fare dal fabbro.

Uno di questi fu “la ścala”: su un carro, trainato lentamente da un trattore, erano predisposti diversi livelli di gradoni, in genere di legno, con parapetto in tubi metallici, su cui trovavano posto anche tre raccoglitori per parte, per accedere ad entrambi i lati dei filari, con le casse per la cernita, che, riempite, venivano scaricate ai piedi degli alberi. Un’altra innovazione fu apportata agli strumenti di lotta antiparassitaria; infatti, per sostituire le lunghe gomme da irrorazione a mano si escogitò “la bóta”, una botte di legno trainata dal trattore, su cui era installata una pompa, dotata di cannette con ugelli, che irroravano direttamente le piante in filari. In breve tempo essa fu sostituita dall’atomizzatore, che comunque seguitò a chiamarsi “bóta”.

 

 

 

Irrorazione di antiparassitario lungo i filari. Anni ’50

 

Potatura di alberi in filare con scalone in legno. Anni ’50

Attorno a queste invenzioni sorse un indotto industriale che copiò queste idee sviluppandole e perfezionandole a tal punto, che gli agricoltori stessi vennero condizionati ed esposti a grossi investimenti, per potersi dotare di quell’attrezzatura che andava sempre più migliorando e che consentiva a chi poteva permettersela di ottimizzare il lavoro.

Questa strumentazione e queste procedure di raccolta interessavano più o meno tutte le varietà di frutta, fatta eccezione per le pesche, che in parte necessitavano ancora di “scalone” e ceste, e per le mele che, come nel periodo prebellico,  anche negli anni ’50 venivano stese a terra per un po’ di tempo prima di essere incassate, perché prendessero più colore e perché si mantenessero più fresche.

 

 

 

Botte per trattamento antiparassitario. Anni ’50

 

 

 

lavaggio mele a terra, Dino Montanari

Fondo Gozza.

imballaggio delle mele posizionate a terra

Azienda Buscaroli – anni ’20.

Bisognava infatti provvedere alla conservazione della frutta, soprattutto prima che sorgessero a Consandolo i magazzini frigoriferi, quando il prodotto era venduto a mercanti (marcantìn) di fuori paese, in genere romagnoli o modenesi, procurati dai mediatori. Essi, dopo il contratto, inviavano all’agricoltore le loro casse marcate e i loro camion.

Casella di testo: (lavaggio mele a terra, Dino Montanari)
Fondo Gozza.
Di solito i frutti estivi, come pesche e pere precoci, erano spediti quasi in giornata, mentre quelli invernali potevano anche subire uno stivaggio più prolungato. Le mele, ad esempio, potevano stare anche all’aperto per meglio assorbire il freddo notturno, ma sempre comunque al riparo dalla rugiada sotto una tettoia.

Per questo il porticato dei vecchi fienili assolse nei primi tempi tale funzione, ma lo spazio ridotto non conteneva tutta la quantità raccolta, che doveva essere ricoperta con teloni ogni sera, perciò ben presto sorse la necessità di disporre di luoghi riparati più ampi e più adatti, di cui le case coloniche e gli edifici rustici esistenti non erano provvisti.

 

magazzino per lo stivaggio della frutta)

Anni ’60.

 

Così nei primi anni ’60 si edificarono dei magazzini tipici, costruiti per rallentare la maturazione, con finestrelle piccole per fare entrare poca luce, ma regolabili per l’entrata dell’aria e con una chiusura abbastanza ermetica, in modo cioè da mantenere l’ossigeno al minimo, la temperatura più bassa possibile, l’intensità della luce ridotta e un’umidità ottimale. Nel magazzino le casse erano accatastate l’una sull’altra in blocchi separati da corridoi che permettevano il passaggio delle persone e la circolazione dell’aria.

 

Ogni giornata di lavoro si chiudeva dunque con il recupero e lo stivaggio delle casse; giornate in cui venivano coinvolti anche i bambini, con l’intento forse di sorvegliarli un po’ durante le vacanze estive, che corrispondevano al periodo di maggior attività per gli adulti; ad essi erano affidati incarichi leggeri, ma necessari, come foderare le casse o portare da bere agli operai.

Il lavorare in gruppo o a coppie, procedendo con riguardo, favoriva la conversazione e il nascere di amicizie; storielle divertenti passavano di bocca in bocca per alleggerire, ridendo, la fatica.

A novembre la fine della raccolta veniva festeggiata con la “ganzèga”: un lauto pranzo offerto agli operai dall’agricoltore, allietato anche da canti e balli.

 

 

 

foto ricordo fra i filari

Inizio anni ’60.

 

 

 

pranzo di “ganzèga”: festa di fine raccolta

Anni ’60.

Ballo alla “ganzèga”. Anni ’60