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- Lavoro e sviluppo

Il grano prima della mietitrebbia

 

 

 

Dopo l’aratura autunnale con l’aratro (pió) tirato dai buoi (bèsti), avveniva la semina (śómna).

Nel Novecento si smise di spargere i semi a mano e si cominciò ad usare la seminatrice (śumnadóra), che consentiva la nascita delle piante in file regolari.

In febbraio – marzo l’erba cominciava ad infestare le piantine ed il diserbo era effettuato col “runchét”, le cui due zappe contrapposte, l’una più stretta dell’altra, potevano meglio inserirsi tra le piante; venivano impiegati molti braccianti, che si allineavano per gran parte dell’appezzamento.

 

 

(runchét)

 

(sghìt)

(seminatrice per caduta)

  La mietitura in giugno, avveniva in un primo tempo tagliando con la falce (sghét), impugnato in mano la quantità di steli che l’altra mano poteva racchiudere (la manà) e che veniva  depositata a terra; molti operai falciavano e pressoché altrettanti seguivano i falciatori, raccogliendo ed accumulando le manate fino a formare un fascio di 40-50 centimetri di diametro: il covone (cò), che veniva legato con fustelli di canapa (canvèli), e chi non li aveva, utilizzava i “bàlz” lacci fatti con la càrice “ćarsìna”, e appoggiato a terra.

In un secondo tempo si utilizzò la falce a manico lungo (fèr da sgàr), munita di un dispositivo in legno, che raccoglieva una quantità di steli quasi corrispondente a quella del covone e si arrivò in seguito alla falciatrice (sgadóra), che era la stessa utilizzata per il foraggio, fornita però di una sorta di braccio che consentiva il taglio di una quantità di piante sufficiente a formare il covone.

La mietilega (mietilìga), pur inventata alla fine dell’’800, arrivò a Consandolo solo negli anni ’50 inoltrati.

 

(falciatrice trainata da buoi e cavallo)(Consandolo anni ’40)

(mietilega)  (museo Civiltà Contadina, San Bartolomeo)

 

(locomobile a vapore)

Azienda Buscaroli 1932

 

 

 

 

 

 

(famiglia Roncarati, Consandolo anni ’60)

 

I covoni venivano poi raccolti e messi in “pila”: 10-15 covoni raddrizzati ed appoggiati tra loro per le spighe a formare una bica (cavaión). Le biche erano lasciate un po’ in campagna ad asciugare.

Quindi si caricavano i covoni sul carro col forcone e si portavano al riparo, o dentro il fienile o sotto il porticato (purtgàia). Se non vi era posto, i covoni erano messi in “fìgna” (miéda), accatastati cioè alternando la parte del gambo con la parte della spiga, e ricoperti con teloni trattenuti da pietre, oppure più frequentemente da paglia.

Si aspettava così la trebbiatura, il giorno cioè in cui, per turno, arrivava nel cortile la trebbiatrice (trébbia, màchina), una grande macchina che, con crivelli  graduati, separava, il grano dalla pula e dallo stelo, cioè dalla paglia. La trebbia era mossa, attraverso un sistema di pulegge, in un primo tempo dalla locomobile a vapore, poi, soprattutto nel dopoguerra, dal trattore.

 

 

(trebbia, Consandolo anni ’50)

(trattore-motore per trebbia, “al mutór”)

Consandolo anni ’50.

Si cominciò ad utilizzare la macchina trebbiatrice nei primi decenni del ‘900, prima il grano veniva steso e battuto a mano con il trebbio (varzèla), un correggiato di due bastoni uniti da una striscia di cuoio, e crivellato a braccio, tramite setacci. Questo spiega perché in dialetto trebbiare si dica ancora “bàtar al furmént” e “mietibàt” per mietitrebbia.

Negli anni ’50 alla trebbia si affiancò la pressa, una macchina, sempre unita da pulegge, che, con una sorta di lungo braccio (ucarón dla prèśa), prelevava la paglia dalla trebbia e la pressava in modo da formare piccole balle di circa un metro per cinquanta centimetri, legate col filo di ferro (balìn).

Insieme alla “còpia”, la coppia cioè delle due macchine, arrivava la “cumpagné dla màchina”, formata da molti operai, motoristi, meccanici, caposquadra e tutti lavoravano col fazzoletto davanti alla bocca, per la gran polvere che la pula e la paglia spezzata producevano.

 

(la pressa, “la prèśa”)

 

(la compagnia della trebbia, “la cumpagné dla trebbia”

– Consandolo anni ’50)

(Italo Balbo a Consandolo, 1927)

Quel giorno di lavoro era anche un giorno di festa, si friggevano patate e uova, si affettavano salami e prosciutto e si spillava il vino dalle botti, si mangiava all’aperto, seduti in terra o lungo il marciapiedi della casa; a tavola con il contadino e famiglia,  solo il caporale, il macchinista o il meccanico e gli operai (i paiarìn) che sulla trebbia, a turno di 2 ore, con grande sveltezza prendevano i covoni uno ad uno e girandoli con le spighe all’ingiù, li lasciavano cadere nella botola della trebbia.

Nel 1927 la festa nell’azienda Buscaroli fu di rilevanza nazionale, perché Italo Balbo presenziò alla trebbiatura, quale momento significativo della cosiddetta “Battaglia del grano”

Le balle di paglia pressata venivano accatastate e ricoperte (la balinàra), per essere utilizzate nella stalla; quando la pressa non c’era, con la paglia sciolta si formava il pagliaio (pajàr): un palo conficcato nel terreno fungeva da perno attorno a cui veniva ammassata la paglia, usando assi come guide per accumularla verso l’alto e due pertiche per sostenere la paglia da portare, il tutto assumeva una caratteristica forma a cono, presenza costante per secoli nel paesaggio ferrarese.

Il grano usciva dalla parte terminale della trebbia, da un bocchettone dotato di due ganci per appendervi il sacco e di una chiusura in lamiera (śarasìna) con manovella, che veniva aperta e richiusa a sacco pieno.

(il pagliaio, “al pajàr”)

(la “balinara”

del fondo Pioppa)

Questi sacchi in parte o erano venduti o consegnati al proprietario del terreno. La parte di grano che restava all’agricoltore veniva stesa sull’aia (ara), perché seccasse meglio, prevenendo così il formarsi delle muffe.

 Nelle case coloniche, l’aia era costituita da un’ara di 100 mq di cortile selciata in laterizio, su cui venivano stesi ad asciugare cereali e legumi: per rivoltare il grano steso ci si passava in mezzo, strisciando a piedi nudi e producendo dei solchi a percorsi perpendicolari (rigàr al furmént), compito in genere affidato ai bambini, che ci si divertivano molto.

Una volta asciugato, il frumento veniva conservato nel granaio, sia steso che chiuso in sacchi, per essere portato al mulino ogni volta che occorreva farina.

 

Il granaio in alcune case coloniche era costituito da una vasca in muratura lungo una parete della cantina, ma qui l’umidità era più elevata, per cui più frequentemente fungeva da granaio una stanza del primo piano, di solito quella in cui accedeva la scala, che spesso sovrastava il portico d’entrata.

Nella casa del podere Villana, ad esempio, nel granaio vi era una botola in corrispondenza di un pozzetto nel portico sottostante, che, all’occorrenza, si riempiva facendo cadere il frumento dall’alto.

Dal grano trebbiato si selezionava anche quello da seme, utilizzando il buratto (buràt): un cilindro bucherellato di 70-80 centimetri di diametro, lungo circa due metri, posizionato su due cavalletti tramite due cuscinetti che consentivano la rotazione; era provvisto di una manovella e di una finestrella per il carico. Ruotando il cilindro, dai fori usciva solamente il grano della misura più piccola e quello spezzato, rimaneva dentro quello della dimensione richiesta per la semina.          

(la casa del podere Villana, oggi scomparsa)

Al termine della mietitura, i campi si riempivano di spigolatori (śpigadùr), soprattutto donne, anziani e bambini, che raccoglievano le spighe disperse per la loro scorta di grano, facendo molta attenzione agli steli recisi rimasti conficcati nella terra (śpròć), che potevano inferire profondi tagli alle gambe.

 

 

 

(l’aia, “l’àra” del fondo Cà Bianca)

Di Rino Meneghini in via Trombone.