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- Lavoro e sviluppo

Il forno  (fóran)

 

 

Il pane, naturalmente, si preparava in casa. Sul tagliere (tugliér) con il setaccio (al sdàź) si setacciava la farina di grano per togliere i residui di crusca, poi si impastava con acqua, sale e lievito (l’alvadùr); nel primo impasto si usava il lievito di birra, poi si metteva via avvolgendolo in uno straccio, una parte di questo impasto della grandezza di una pagnotta, che veniva usato come lievito per la volta successiva, e così via ininterrottamente per ogni settimana, questa pagnotta era chiamata “la màdar”. Per riutilizzarla, la si metteva a bagno nell’acqua la sera prima, perché dopo una settimana, essiccandosi, aveva formato una spessa crosta. Sminuzzata nell’acqua con le dita, si creava una poltiglia e aggiungendo un po’ di farina si impastava un’altra pagnotta.

Podere Mezze Vie Vecchie, foto attuale

Si lasciava un’altra volta lievitare, poi aggiungendo altra farina, acqua e sale si preparava l’impasto per la nuova sfornata, da questo si toglieva la nuova “màdar”. Il passaggio successivo era la “gramadùra”, la grama era un arnese di legno composto da un piano dove veniva posato il grosso impasto e, tramite una leva impugnata da tutte e due le mani, si forzava un’asta che schiacciava l’impasto amalgamandolo. Seguiva la preparazione delle coppie (ciupétt), che una volta lievitate, venivano infornate nel forno a legna che si trovava all’estremità della casa.

Il pane cotto era conservato in un pensile (al capunarìn) appeso in cucina, questo era fatto con un telaio di legno e chiuso da una reticella metallica con maglie molto fitte, che permetteva il passaggio dell’aria e non degli insetti volanti. Altrimenti si metteva in un cesto (al źiźtlón dal pàn), appeso ad un filo (al filo veniva inserito una specie di imbuto di lamiera, per evitare che i topi più furbi si calassero) legato ad una trave nel granaio, era la stanza dove finiva la scala al piano notte, i bambini, e non solo, nell’andare a letto, passandovi accanto, allungavano la mano per prendere il crostino di pane.

Con l’acqua del pozzo, si alimentava l’abbeveratoio (l’àib) per abbeverare le mucche. L’acqua si attingeva dal pozzo con un secchio legato ad una corda ed issato con l’ausilio di una carrucola (źirèla), l’acqua nel secchio veniva versata in un catino di cemento (l’aibìn) dal quale partiva un tubo di ferro che arrivava a “l’àib” sotto il porticato (la purtgàia) all’entrata della stalla. Questo veniva chiuso con due pali formando un recinto e, le mucche lasciate libere andavano da sole ad abbeverarsi, dopodiché tornavano al loro posto. Per il suo continuo ricambio, l’acqua del pozzo era fresca e bevibile, si beveva direttamente dal secchio con il mestolo (la méścula), che, appeso accanto al secchio veniva utilizzato da tutti.

 

  Podere Mezze Vie Vecchie, foto attuale