Indietro

Homepage

- Lavoro e sviluppo

Il fienile

 

 

Il fienile era praticamente la soppalcatura della stalla, il cui soffitto corrispondeva al suo pavimento, in esso vi era infatti una botola (trómba), che si apriva direttamente nella stalla, dove in alcuni casi vi era il “mandariòl”, uno stanzino, a volte solo una posta, collegato con una scaletta alla tromba, in cui, già dalla sera, veniva gettata la quantità di fieno necessaria alla mattina successiva.

Per garantire una maggior circolazione dell’aria ed evitare l’attecchire di muffe, in questo soppalco alcune parti delle pareti esterne non erano completamente murate, ma lasciate con spazi vuoti ottenuti con mattoni ad esempio solo incrociati o comunque disposti in modo da formare decorative figure geometriche.

Il fienile era totalmente aperto nella parte che dava sotto il porticato e da questo vi si saliva con una scala; lì il fieno era messo in “fìta”, cioè ammassato e pressato tanto che per prelevarlo occorreva tagliarlo con una speciale lama (tàia). Il foraggio veniva passato sul fienile con l’aiuto di un forcone a tre rebbi direttamente dal carro, sul quale era stato caricato nel campo, qualora il foraggio fosse coltivato, come ad esempio l’erba medica, o nelle capezzagne o lungo i fossi o dovunque vi fosse erba da tagliare (guaiùm).

Per tagliarla si usava la falce con manico lungo (fèr da sgàr), munito di due impugnature, una delle quali, ricurva ad angolo pressoché retto, era chiamata “manculéta”; il falciatore portava sempre con sé un corno bovino (quàr) dotato di un gancetto, per essere appeso alla cintura, in esso, cavo per natura, vi era un po’ d’acqua e la cote (préda), una dura pietra arenaria per affilare il taglio della falce.

Per arrotare il ferro non era però sufficiente la sola cote, per questo serviva la “piànta”, costituita da una sorta di cavicchio di ferro, lungo una quarantina di centimetri, appuntito ad una estremità per essere conficcato nel terreno fino a metà circa, dove vi erano saldati dei ferretti avvolti a riccio (rìź dla piànta), che fungevano da fermo perché non affondasse ulteriormente, doveva infatti sporgere in parte, in quanto sulla sua sommità convessa veniva appoggiato il taglio del ferro e battuto (bàtar al fèr) con un apposito martello dalla battuta anch’essa convessa, perché la lama, trovandosi tra due colmi, si affilasse meglio. Cavicchio e martello erano fra loro uniti da una catenella removibile, sia per mantenerli insieme, che per trasportarli con più comodo al lavoro, appendendo la catenella, ad esempio, al manubrio della bicicletta o buttandola sulla spalla, ovviamente col cavicchio sulla schiena.

Il fieno, una volta tagliato, veniva lasciato così sparso nel campo per qualche giorno perché asciugasse  e spesso si andava alla “śtùdia”, cioè a rigirare il foraggio, specialmente dopo una pioggia, perché seccasse da ogni parte. Quando era asciutto lo si caricava sul carro, sempre col forcone a tre denti e lo si portava nel fienile o, se non vi era più posto, lo si ammassava fuori in un cumulo coperto: la “fìgna”.

Nel fabbricato vi era poi sempre un vano per il ricovero del cavallo (śtalét dal cavàl) o dell’asino (śtalét dal śumàr o dla śumàra); in genere era ricavato nella stalla stessa oppure era adiacente ad essa, ma comunque connesso e comunicante.

 

 

Posta dove veniva depositato il fieno (mandariòl) da distribuire agli animali; lo si riconosce per la presenza sul soffitto della botola (trómba), attraverso la quale dal fienile superiore veniva buttato giù il fieno, anno 2008.

Botola per il passaggio del fieno aperta, vista dal fienile; si può scorgere al suo interno la posta (mandariòl) apposita per il deposito del fieno, anno 2008.

 

 

 

Botola per il passaggio del fieno (trómba) chiusa, anno 2008.

Botola per il passaggio del fieno vista dal fienile, chiusa, anno 2008.

Botola per il passaggio del fieno aperta; si vede il tetto del fienile sovrastante, anno 2008