Indietro

Homepage

- La guerra -

“Usi, costumi e storia di vita contadina dal 1936 alla fine della seconda guerra mondiale”

 

Testimonianze raccolte da Claudio Squarzoni.

 

La mia famiglia si è stabilita al fondo Pioppa, che si trova a circa tre chilometri a nord di Consandolo, nell’anno 1936, proveniva da Rovereto ed era composta dal nonno Gualtiero, dalla nonna Antonia e da sei figli: Alberto, Otello, Arrigo, Giuseppe, Alberta e Marisa.

I nonni coltivavano la terra a mezzadria ed avevano una stalla con una ventina di mucche, in parte da latte e in parte da carne o da tiro, che utilizzavano per i lavori agricoli, come l’aratura, la semina e in molte altre mansioni. Le colture  maggiormente praticate erano quelle del foraggio, del grano, del granoturco, della canapa e dei fagioli. Il padrone della terra (Vincenzo Salvatori) veniva pagato in natura, con una percentuale di grano o altri cereali; per Natale era consuetudine portargli le uova ed il cappone. I campi erano quasi tutti cintati da filari di alberi ad alto fusto, in prevalenza olmi e noci, a questi erano installati dei pali tipo bersò, che sostenevano cordoni di vite di vo d’òr e clìnto da cui si ricavava il vino per il consumo della famiglia.                                                          

La nonna Antonia era l’azdora e i compiti dell’azdora erano tanti, si occupava della cucina, del bucato e degli animali del cortile. La nonna utilizzava il latte delle proprie mucche per fare il formaggio, la ricotta e il burro (al butièr). Accudiva i maiali preparando loro ogni giorno la broda, usando farina di mais, crusca, patate, cascame di frutta e gli avanzi dei pasti.

La carne non mancava e ogni tanto, per variare, preparava una specie di marmellata densa, chiamata savòr, che preparava facendo cuocere diverse qualità di frutta, assieme a zucca e mele cotogne, nella sàba (la sàba si preparava facendo bollire il mosto e veniva conservata anche per anni nelle bottiglie di vetro). Al mattino, dopo aver distribuito il caffè e latte, prendeva delle fette di polenta fatta il giorno prima, le infilava in verticale in tal barbastèll (un apposito treppiedi), le metteva davanti alle braci per farle abbrustolire, dopodiché vi spalmava sopra il savòr e si mangiavano. Il caffè era fatto con orzo abbrustolito, poi macinato e messo a bollire nell’acqua con un colorante che si chiamava Olandese, si aspettava che la cuògma si raffreddasse e la miscela si deponesse sul fondo, il caffè era poi passato nel colino per togliere i fondi, quando non c’era l’orzo si utilizzavano i semini dell’uva  abbrustoliti (i gramustìn).

Altro piatto unico era la babùza, preparata facendo bollire dei fagioli con uno zampetto di maiale, a parte si faceva del ragù con salame, salsiccia e pancetta, metà dei fagioli cotti si toglievano e l’altra metà si passavano con lo schiacciafagioli, ottenendo un brodo denso, si metteva il brodo in un paiolo e si aggiungeva lentamente la farina gialla, a cottura quasi ultimata si versava il ragù ed i fagioli interi precedentemente separati e si mescolava sino a fine cottura, aggiungendo del formaggio stagionato grattugiato, il tutto diventava come una polenta che da calda si mangiava subito, altrimenti nei giorni a seguire si abbrustoliva alla griglia sulla stufa.

Con la farina castagna si faceva la miàza  (castagnaccio), un impasto di farina di castagna con acqua, fichi, scorza di arancio e un po’ di bicarbonato, per dargli una colorazione scura, cotto nel forno.

Dolci tipici erano gli sblùn o sabadùn, un impasto povero con farina, acqua e un po’ di latte, a parte si cuocevano nell’acqua delle castagne secche (guciaró), poi si faceva un batù con le castagne schiacciate assieme a marmellata e mostarda. Con l’impasto di farina si faceva la sfoglia, tagliandola poi a quadretti di circa dieci centimetri, vi si arrotolava dentro il batù, come dei cannelloni ripieni ed erano messi a cuocere sulla griglia, una volta cotti venivano messi in una terrina e si versava la sàba sino quasi a coprirli. Lasciati delle ore a bagno nella sàba, gli sblùn si ammorbidivano ed erano così pronti per essere mangiati.

Ogni tanto la nonna cuoceva nel paiolo un impasto con acqua e farina di castagna, che versava poi sul tagliere (tùglier) a raffreddare, e lo tagliava con il filo come la polenta. Molte pentole erano in rame, comprese le posate, per pulirle si sfregavano con la sabbia.

Sempre con la farina di castagna, allora molto usata, faceva i ciàci o tamplùn, frittelle fritte nello strutto di maiale, con un impasto (tenero) di farina e acqua con un po’ di lievito e bicarbonato.

Il pane, naturalmente, si preparava in casa. Sul tùglier con al sdàzz si setacciava la farina di grano per togliere i residui di crusca, poi si impastava con acqua, sale e l’alvadùr (il lievito), nel primo impasto si usava il lievito di birra, poi la nonna metteva via, avvolgendola in uno straccio, una parte di questo impasto della grandezza di una pagnotta, che veniva usato come lievito per la volta successiva, e così via ininterrottamente per ogni settimana, questa pagnotta era chiamata la màdar. Per riutilizzarla, la si metteva a bagno nell’acqua la sera prima, perché dopo una settimana, essiccandosi, aveva formato una spessa crosta. Sminuzzata nell’acqua con le dita, si creava una poltiglia e aggiungendo un po’ di farina si impastava un’altra pagnotta. Si lasciava un’altra volta lievitare, poi aggiungendo altra farina, acqua e sale si preparava l’impasto per la nuova sfornata, da questo si toglieva la nuova màdar. Il passaggio successivo era la gramadùra, la grama era un arnese di legno composto da un piano dove veniva posato il grosso impasto e, tramite una leva impugnata da tutte e due le mani, si forzava un’asta che schiacciava l’impasto amalgamandolo. Seguiva la preparazione dil ciupèt, che una volta lievitate, venivano infornate nel forno a legna che si trovava all’estremità della casa. Il pane cotto era conservato in un pensile (al capunarìn) appeso in cucina, questo era fatto con un telaio di legno e chiuso da una reticella metallica con maglie molto fitte, che permetteva il passaggio dell’aria e non degli insetti volanti. Altrimenti si metteva in un cesto (al zaztòn dal pan), appeso ad un filo (al filo veniva inserito una specie di imbuto di lamiera, per evitare che i topi più furbi si calassero) legato ad una trave nel granaio, era la stanza dove finiva la scala al piano notte, i bambini, e non solo, nell’andare a letto, passandovi accanto, allungavano la mano per prendere il crostino di pane.

I capponi (galletti castrati) li preparava la nonna con una tecnica particolare: quando i pollastri mettevano la cresta, sceglieva quelli più robusti, li isolava mettendoli sotto un cesto di vimini (al corag), prendeva uno dei malcapitati e lo “narcotizzava” mettendogli la testa sotto un’ala, prendendolo poi per i piedi lo faceva roteare velocemente diverse volte.

Il pollastro ubriacato non reagiva più, così, dopo averlo messo tra le gambe a testa in giù, lo spennava dietro, con una lametta disinfettata praticava un taglio addominale, con due dita toglieva i fagioli e ricuciva con ago e filo rigorosamente bianco.

Poi, tagliava la cresta ed i barbigli, tamponando e disinfettando le cicatrici con la cenere; chi resisteva diventava cappone, con gli altri si faceva il brodo.

I panni si lavavano con il sapone fatto con la cotenna, le ossa e le parti grasse del maiale bollito, aggiungendovi in percentuale della soda caustica presa in farmacia, oppure si usava la cenere filtrata con acqua bollente in un lenzuolo (bugadùr), si otteneva così la liscia, questa una volta usata per il lavaggio della biancheria diventava la smòia, utilizzata poi per lavare gli indumenti colorati.

Sulla carriola si caricava il mastello di legno con dentro i panni lavati e si andava al canale (a la fosa), qui vi era un asse sostenuto da due gambe fissate nell’acqua e rimanendovi inginocchiati sopra si sciacquava (a s’ardanzàva) il bucato; dopo averlo strizzato e accumulato a sgocciolare sul scan (un semplice cavalletto di legno), si stendeva sull’erba medica perché rimanendo sospeso si asciugava prima.

La canapa dava la materia prima per realizzare la tela per lenzuola, asciugamani, tovaglie e molti  altri tipi di panni. La nonna la filava con il filarino, stando seduta al caldo nella stalla in compagnia del nonno che costruiva cesti di vimini, il telaio invece, per le sue notevoli dimensioni, era installato dentro al portico: il locale più grande della casa colonica, un largo corridoio con due porte di entrata, l’una dava accesso al cortile anteriore e l’altra a quello posteriore. All’interno, la porta della cucina si apriva di fronte a quella della cantina e nell’angolo, una ripida scala in legno tutta chiusa, portava al piano superiore; vi si entrava da una stretta porta tenuta chiusa da una màrleta (maniglia senza scrocco). Al centro vi era una tavola (tiradora), utilizzata nei mesi estivi, perché lasciando aperte le due grandi porte d’entrata, si pranzava o si cenava rinfrescati da una piacevole corrente d’aria.  Nell’ampia cucina, accanto al camino c’era al cantòn di stìcc, stecchi di canapa spezzata da un rullo meccanico e utilizzati per alimentare il fuoco; prima di portarli in casa venivano puliti dai residui di stoppa che era rimasta attaccata e ogni sabato passava Scapìn o Socrate (straccivendoli) sulla bròza trainata dal cavallo, per acquistare la stoppa assieme al ferro vecchio, ossa del maiale e pezzi di corda che le mucche con il tempo consumavano.

Tranne i mesi estivi, il camino in cucina era quasi sempre acceso, di giorno scaldava continuamente un pentolone di acqua, la sera forniva le braci per riscaldare il letto con lo scaldino (al pret); sul tardi, il vetro della porta veniva coperto da un asciugamano e, ognuno, ogni sera a rotazione, quando gli altri andavano a letto, faceva il bagno nel mastello vicino al fuoco.

D’estate ci si lavava all’aperto, quattro pali piantati in terra e cintati da sacchi di tela iuta, un palo trasversale con un gancio che sosteneva un secchio d’acqua lasciata a scaldare al sole, e togliendo il tappo da un foro nel secchio  si otteneva la doccia.

Con l’acqua del pozzo, che si trovava all’interno della cantina, si alimentava l’àib (l’abbeveratoio) per abbeverare le mucche. L’acqua si attingeva dal pozzo con un secchio legato ad una corda ed issato con l’ausilio di una carrucola (zìrela), l’acqua nel secchio veniva versata in un catino di cemento (l’aibìn) dal quale partiva un tubo di ferro che arrivava a l’àib sotto (la purtgàia) il porticato all’entrata della stalla. Questo veniva chiuso con due pali formando un recinto e, le mucche lasciate libere andavano da sole ad abbeverarsi, dopodiché tornavano al loro posto. Per il suo continuo ricambio, l’acqua del pozzo era fresca e bevibile, si beveva direttamente dal secchio con (la mèscula) il mestolo, che, appeso accanto al secchio veniva utilizzato da tutti.

I sacchi di grano e di granoturco, durante la guerra, si consegnavano all’ammasso, un centro di raccolta che si trovava alla Molinellina, da Giuriolo (palazzo Costabili), mentre nel granaio si conservavano quelli necessari al fabbisogno annuale della famiglia. A volte si utilizzavano stratagemmi per nasconderne più di quello che il razionamento consentiva. In caso di necessità, se ne   portavano alcuni al mulino e venivano scambiati con sacchi di farina e crusca.              Dopo la mietitura molte persone venivano a chiedere il permesso per andare nei campi a spigolare, il loro raccolto serviva a dar da mangiare al proprio maiale che a fine anno era il mezzo per saldare le spese fatte nelle botteghe.

Al di là di poche cose, la mia famiglia, come altre famiglie contadine, era autosufficiente e si è sempre considerata per questo fortunata non avendo mai sofferto la fame, anzi la generosità dei nonni per altre persone più sfortunate era conosciuta.

Alla Pioppa non c’era la luce elettrica e le notizie s’imparavano dalla radio a galena posizionata sopra il camino, detta anche la “radio dei poveri”. Era una scatoletta di bachelite sormontata da un’antenna a telaio o da un filo di rame appeso al muro e da un “baffo di gatto”, così chiamato, perché era un ferretto che, dentro a un piccolo cilindro di vetro, sollecitava un sassolino di galena (minerale di solfuro di piombo); collegandovi una semplice cuffia telefonica, permetteva di udire le voci ed i suoni che venivano trasmessi via etere, senza aver bisogno della corrente elettrica. Ed è proprio da questa  che nel 1940 venne udita la notizia della  dichiarazione di guerra. A quel tempo i figli avevano: Alberto diciannove anni, Otello diciotto, Arrigo sedici, Giuseppe quattordici, Alberta undici e Marisa sei. Inizialmente la guerra, anche se non condivisa, non preoccupava molto, essendo lontana, non era percettibile e poi era strumentalizzata da chi la sosteneva come una missione rapida e indolore, considerando la potenza che avevano i nostri alleati.                                   

La prima cartolina di arruolamento arrivò ad Alberto che partì l’11 gennaio 1941 per il 36° Regg. Fant. Motorizzata a Modena, la seconda ad Otello, esattamente l’anno dopo, nel 1942, che andò in Romagna dalle parti di Cesena.

Alberto partì nel Giugno del 1942 per la Grecia e tornò in Italia nel Settembre dello stesso anno, ed il 7 Aprile 1943 venne inviato al fronte in Tunisia, catturato dagli Inglesi, fu mandato in prigionia in America a Camp Clark, vicino la città di Nevada nel Missouri e tornò sbarcando a Napoli il 6 Ottobre del 1945 a guerra finita.

La seconda cartolina arrivò a Otello che partì l’11 Gennaio 1942, il destino volle che non partisse per la campagna di Russia perché si ammalò e venne mandato in un ospedale a Cesena poi a casa in convalescenza.

Pur se in convalescenza, avrebbe dovuto partecipare al saggio ginnico, che il regime fascista imponeva di fare a tutti i giovani, il sabato nel piazzale delle scuole. Per diverse volte non partecipò, e per il fatto che era a casa in convalescenza e non in guerra, per ripicca, i fascisti lo portarono in prigione per un giorno ed una notte a Ferrara.

Nell’agosto del 1943 fu la volta di Arrigo, che partì per Pordenone nel Friuli in artiglieria, ma dopo circa un mese con l’armistizio dell’otto settembre, l’esercito si sfaldò e ripartì da Udine, arrivando a Ferrara dentro un cassone di un treno a vapore.

 La sua “vacanza” a casa durò poco, notato dai fascisti che giravano per le case denunciando quelli che erano tornati, venne richiamato dall’esercito dell’ R.S.I. ed inviato a Cassino per costruire le fortificazioni per i Tedeschi. Ma il 15 Febbraio 1944 iniziò il bombardamento di Cassino, ed Arrigo insieme ai suoi compagni rimase quattro giorni sotto una galleria mentre bombardavano. In quelle circostanze, morì un ragazzo di Consandolo, si chiamava Vittorio Maran. Scappato da sotto il bombardamento di Cassino, a piedi e con mezzi di fortuna, attraversò la linea Gotica ed arrivò a Bologna, poi prese il treno sino a Consandolo cercando di non farsi notare e rimase nascosto alla Pioppa sino alla fine della guerra.

Nel 1944 fece visita alla Pioppa un nuovo arciprete, giunto da poco nella nostra parrocchia, don Nino Cinti. Si era recato per la benedizione, lo accompagnava al campanàr, arrivarono alle sei del pomeriggio e udendo il suono delle campane si misero sotto le alte piante di rubini ai bordi del cortile e girandosi verso la chiesa si misero a pregare. Dopo la benedizione della casa e della stalla, diede ai nonni dei santini e loro contraccambiarono con delle uova, che il campanaro mise in una delle due sportone attaccate al manubrio della bicicletta. In un santino era raffigurato SantAntonio, il protettore degli animali, il nonno lo metteva sempre appeso sotto il porticato (la purtgàia) all’entrata della stalla, a protezione dei suoi animali.

Il giorno delle Palme chi andava alla S. Messa portava a casa l’ulivo. Era usanza che il nonno, tutti gli anni al due di maggio costruisse delle croci con delle canne, poi vi fissava sopra un rametto di ulivo e le andava a piantare nei campi in posti che riteneva fossero più efficaci ad esorcizzare la caduta della grandine. Un’altra credenza contadina, che suscitava protezione ed alleggeriva la preoccupazione di una possibile  grandinata o da un altro evento catastrofico nei campi (al sciòn), era l’attesa del suono delle campane al sopraggiungere di un temporale, che, con il cielo cupo e le nuvole basse, questo si propagava più intensamente.

In quell’anno, la vita quotidiana cambiò. La guerra si sentiva più vicina, entrò  nelle case con le notizie dei primi caduti, entrarono i Tedeschi ed iniziarono i primi mitragliamenti e spezzonamenti anche a Consandolo.

Al nonno, delle venti mucche ne vennero requisite quattordici, ne lasciarono quattro da latte e due da tiro per i lavori nei campi. Con Alberto in America, Otello ed Arrigo che dovevano restare nascosti, il nonno Gualtiero poteva contare solo su Giuseppe, ancora sedicenne, per lavorare la terra. Cedette la parte della Pioppetta ed una striscia in confine con l’Olmo ad uso terziario a Scalambra (Grilo) e a Brunaldi (Iufa). Entrambi con le famiglie sfollarono, Scalambra alla Pioppa e Brunaldi nel portico della Pioppetta. In casa Brunaldi vi era anche il figlio Agide (anche lui nascosto in casa) con la moglie incinta ed il figlio piccolo. Quando andava nei campi ad aiutare suo padre, si vestiva come un vecchio mendicante con in testa un cappello di paglia ad ala larga (la capela) legato da un fazzoletto, per non essere riconoscibile. Un giorno mentre era in casa, all’improvviso arrivarono nel cortile un fascista (tupin) ed un tedesco, lo stavano cercando. Quando entrarono in casa, lui era già sgattaiolato fuori dalla porta di dietro e, arrampicandosi su per le finestre, rimase attaccato alle traversine della gronda del tetto sino a pericolo scampato.

Scalambra invece si era sistemato con la famiglia nello stalletto del cavallo, uno stanzino vuoto di circa due metri e mezzo per tre metri, installando un letto matrimoniale, due lettini legati ai tiranti di ferro al soffitto, una tavola con sedie ed una credenza.

Vi furono altri sfollati ospitati in casa, la famiglia Trazzi, quella di Castaldelli ed una zia di Ferrara con i figli, che, quando sentiva i cannoni, si nascondeva sotto la tavola dalla paura. Con i primi spezzonamenti sul paese, avvenuti in Settembre 1944, molte famiglie sfollarono nelle case coloniche, la stalla della Pioppa fu invasa. Ma con il sopraggiungere dei Tedeschi dovettero abbandonarla per lasciare il posto ai soldati, che installarono sotto il porticato una cucina da campo dove cuocevano una specie di pane nero e non so cosa di nauseante.

Gli ufficiali invece si presero una camera da letto con la finestra in direzione di Argenta, e mangiavano in casa con la nonna che faceva loro da cuoca.

I Tedeschi facevano istruzione all’uso della maschera antigas, ogni tanto arrivavano gruppetti di soldati, gli ufficiali li facevano entrare nel portico mandando fuori tutti quelli della famiglia (tranne l’azdora), dopo qualche ora uscivano tutti e facevano le prove in stato di combattimento buttandosi a terra in mezzo all’erba alta.

Il nonno, assieme ad altri, venne mandato dai Tedeschi in Val Nova a tagliare degli alberi per fare delle fortificazioni. Raccontava che i tronchi dovevano trasportarli in spalla con grande fatica, poi riuscì a convincerli di buttarli nel canale e a spingerli, limitando la fatica, dopo tre giorni venne rimandato a casa per accudire gli animali nella stalla.

In Settembre e Ottobre, Otello e a volte anche Giuseppe vennero mandati dai Tedeschi alla Molinellina, nel granaio, con il carro trainato dalle mucche, dovevano trasportare sacchi di grano alla stazione di Portomaggiore o alla Favorita a San Vito. Con altri contadini formavano dei convogli che i caccia inglesi, quando li notavano, in picchiata mitragliavano ai bordi della strada, fortunatamente è andata sempre bene.

Giuseppe era giovane, ma con il fatto che Otello ed Arrigo dovevano rimanere nascosti, era il più esposto alle richieste dei Tedeschi, al trasporto con i carri e buoi oppure a lavori come andare a rompere i sassi dei maceri (copacan) con il martello, per portarli poi al fiume Reno, dove si costruiva un ponte al Morgone.

Ogni volta che correva voce di rastrellamenti, i ragazzi del Trebbo e dintorni correvano alla Pioppa. Tra ottobre e novembre 1944 vi fu uno di questi episodi, sbucarono dal cortile dietro casa un tedesco ed un fascista che da Bologna era sfollato ai Portoni, i ragazzi che erano nel cortile davanti a casa se ne accorsero all’ultimo momento e corsero in casa passando dal portico, dalla cucina e si accalcarono tutti nel retrocucina, ma erano tanti e l’ultimo non riusciva a chiudere completamente la porta, la teneva accostata tenendola stretta con una mano al di fuori. Entrati in casa questi “signori” dissero che avevano bisogno di Giuseppe, per mandarlo con le mucche in un viaggio notturno a Pontelagoscuro. Il nonno disse che Giuseppe non c’era, ma il tedesco gli rispose che se non chiamava il figlio, lui avrebbe saputo dove cercare, facendo segno verso la porta del retrocucina, così il nonno per non compromettere gli altri chiamò giù Giuseppe che era in una stanza di sopra.

Quella notte partì assieme ad altri nonostante vi fosse un temporale con pioggia battente, i alcuni tedeschi gli dettero un loro cappotto (pastran) per coprirsi. Quando arrivarono con il convoglio a Marrara, si fermarono presso una grande stalla per riparare ed abbeverare le mucche. A sua insaputa in quella stalla faceva il bovaro uno zio, che, chiamato dai Tedeschi, scese dal letto per fare entrare le mucche nella stalla, Giuseppe gli si avvicinò e tenendo alzato il bavero del pastrano tedesco gli sussurrò, “tu avere quattro figlie?”, e lo zio “sì parche?”, “io ora andare a letto con loro”. Lo zio ovviamente ci rimase male e stava per reagire, ma Giuseppe si abbassò il bavero e si fece riconoscere, il mattino seguente venne rimandato a casa e lo zio lo sostituì nel viaggio a Pontelagoscuro.

Quando arrivò a casa, Giuseppe si fece promettere  dal nonno di vendere le mucche per paura che la storia si ripetesse, cosa che poi non avvenne.

Assieme ad altri sfollati, gli zii costruirono diversi rifugi, il primo fu una buca con una botola in lamiera contenente della terra, vi seminarono sopra il grano, che, dopo essere nato (facendo fila), la rendeva irriconoscibile. Ma era scomodo e quando arrivavano i tupin a fare i rastrellamenti, gli zii correvano nella stalla e si sdraiavano nella greppia davanti alle mucche, mentre le zie ancora bambine andavano a coprirli con il fieno, ma le mucche ovviamente mangiavano il fieno, rendendo il nascondiglio poco sicuro.

Costruirono poi poco distante da casa un altro rifugio, era una grande stanza sotto terra, soffittata da uno strato di terra sostenuta da binari, presi dalla ferrovia dopo il bombardamento. L’entrata era girata verso la casa per poterci entrare più rapidamente e poter controllare se qualcuno entrava o se succedeva qualcosa nella stalla.

Si presentò una mattina Balboni Martino, industriale agricolo, abitava presso lo stabilimento idrovora Benvignante, chiedeva se poteva portare una trebbia ed una pressa perché casa sua la considerava un obiettivo militare. Il nonno gli disse di metterle vicino al fosso tra la Pioppetta e l’Olmo, ma ben presto, un tedesco chiamò tutti quelli che erano in campagna per fare una postazione sotto la trebbia, mentre lavoravano passò “Pippo” che insospettito cominciò a mitragliare. Tutti fuggirono, ma Tito Trazzi preso dal panico e correndo verso casa urlava piangendo: “mie fiola, mie fiola, guarda chì in du ca son gniù a murir” (“mia figlia, mia figlia, guarda qui dove sono venuto a morire”).

Vi fu un altro episodio con protagonista “Pippo”, nel cortile di casa, mentre scaricavano dal carro i mazzi (manoc) di canapa già essiccata per accatastarli (dopo che era stata fondata nel macero e lavata, i mazzetti venivano posti in piedi allargando la base a ventaglio, così si asciugava e mi ricordo che diventava quasi bianca), passò Pippo. Sulla pila con il compito di sistemarli, vi era Brunaldi (Iufa), tutti si fermarono con il naso all’insù, tranne lui che scherzosamente incominciò a salutare, ma, forse scherzando, anche Pippo salutò con qualche raffica, Brunaldi alle prime era già saltato giù infilandosi sotto il carro. La sera dell’11 Novembre, l’Elia, la moglie di Agide Brunaldi, stava per partorire, bisognava andare in paese e chiamare la levatrice Anna Casaroli, ma c’era il problema del coprifuoco e dei bengala. Agide partì e, quando tornò a notte fonda con la levatrice, Roberto era già nato, aiutato dalla nonna Antonia che, con l’esperienza di sei figli, aveva affrontato la situazione brillantemente.

Il 31 Dicembre del 1944 verso le due del pomeriggio, passarono dei bombardieri inglesi e sganciarono alcune bombe lungo la strada della Pioppa, caddero nel fosso poco distante dalla Pioppetta, lì vi abitavano le famiglie di Fergnani Giovanni (Zanin) con la moglie e di Chiarini (Canon) con moglie e due figli. Una bomba aveva fatto saltare in aria un albero, non aveva ancora cessato di cadere la polvere causata dall’esplosione, che Chiarini stava già portando a casa l’albero per riscaldarsi.

Nel primo pomeriggio del 18 Marzo 1945, Otello ed Arrigo si trovavano di sopra in camera da letto, e, sentendo un rombo di motori nel cielo, sbirciarono dalle fessure della finestra. Videro una formazione di bombardieri che stavano giungendo da Argenta, li sentirono virare sulle teste e puntare contro Consandolo, poco dopo incominciò il bombardamento, notarono che la centrale del metano (allora si vedevano i tralicci dei pozzi di perforazione) era l’obiettivo e che le deflagrazioni facevano volare degli oggetti in aria, uno di questi poi seppero che era il corpo del portinaio Pollini Angelo.

Gli ultimi giorni prima della liberazione furono i più pericolosi, ormai si capiva che i Tedeschi stavano ripiegando e si aveva paura di ritorsioni, alla Pioppa non arrivavano più in gruppetti ma a volte in un centinaio, ed erano affamati.

Tanto che una sera si sentì portare fuori dal porcile uno dei maiali e poi ucciderlo, il nonno venne fermato da Arrigo che lo convinse a lasciar perdere perché non si poteva prevedere la reazione.

Il rifugio cominciò ad essere più frequentato, vi giunse anche Aristodemo Fergnani, tornato dalla Russia e poi nascosto in casa, arrivarono la moglie e le figlie di Tabarroni, il marito arrivò la notte stessa di corsa e in mutande, era a letto ed era caduta una bomba davanti casa, al Braino.

Il 18 Aprile 1945, dalla finestra della camera da letto si vedeva una lunga colonna di mezzi lungo la strada della Villana, erano inglesi. Ci si chiedeva, ma come potevano essere così vicini e non si sparava? Un ufficiale tedesco fece uscire di casa tutti, era mezzogiorno perché la nonna stava per infornare il pane, di li a poco passò un piccolo aereo ricognitore (la cicogna). A poche centinaia di metri di là dal canale, vicino la possione Olmo, vi era una postazione antiaerea che sparò a questo ricognitore senza colpirlo. L’ufficiale tedesco fece entrare tutti nel rifugio e cominciò ad urlare imprecando contro i soldati che avevano sparato, difatti di lì a poco arrivarono dei caccia e cominciarono a spezzonare i fienili lì attorno.

Gli ufficiali dissero di stare dentro al rifugio, ma la paura che incendiassero la casa prima di partire, faceva sì che gli zii rimanessero affacciati all’entrata.

I Tedeschi partirono alle sedici e trenta del pomeriggio con quel poco che avevano, lasciando due pagnotte nere in cantina, una bicicletta ed “un sacco di pulci”. Dopo pochi minuti arrivarono i caccia inglesi che cominciarono a sparare, Otello ed Arrigo fuori dal rifugio rientrarono precipitosamente, mentre un proiettile sibilando veniva deviato da un binario che reggeva l’entrata, anche quella volta andò bene.

Ma uno spezzone colpì la parte opposta del fienile incendiando il fieno e la paglia che aveva già alimentato il tetto. Molti corsero fuori cercando di togliere e spostare le travi che cadevano, la porta dietro della stalla era chiusa dall’interno e quella principale era esposta al crollo del tetto, quando finalmente si riuscì ad entrare, per le mucche era troppo tardi, si erano staccate dalle corde che le tenevano alla greppia, ma non erano riuscite ad aprire la porta. Dopo nemmeno mezz’ora, da dietro casa, dalla parte del forno, Arrigo vide sbucare un inglese che gli chiese, rimanendo seminascosto, se cerano ancora dei Tedeschi. Disse poi di prendere un panno bianco e di sventolarlo appena fosse passato l’aereo ricognitore (la cicogna), quello sarebbe stato il segnale di campo libero.

Verso le cinque del pomeriggio lo stradone era completamente transitato da mezzi militari inglesi e sotto il porticato del fienile, oramai sgombero dalle macerie dell’incendio, fu installata (sembrava fatto apposta) nello stesso punto di prima la cucina da campo. Venne distribuito il tè, poi uscì il caffè (quello vero) ed una quantità di viveri che non solo i Tedeschi si sarebbero sognati.

Sembrava un altro mondo, la radio trasmetteva anche musica ed i soldati inglesi cantavano, la nonna offriva da bere a tutti, gli sfollati pian piano iniziarono il ritorno alle loro case con la speranza che fossero ancora in piedi.

Subito dopo la fine della guerra, vi fu un periodo di non governo, dove in alcuni casi prese il sopravvento la vendetta personale, e le intimidazioni a persone che in precedenza erano state a loro volta artefici di situazioni spiacevoli nei confronti d’altre persone. Fortunatamente episodi gravi non successero, grazie al buon senso dei cittadini.

Un episodio che lo zio Giuseppe mi ha raccontato, inerente a questo periodo, è successo quando stava andando a scuola di musica da Buchi che abitava nella casa di Castaldelli al Trebbo.

Una sera dopo cena partì a piedi passando per la Calcagnina e, percorrendo la strada che porta al Trebbo, arrivò presso la Varionda dove abitava Nicodemo Cavallini; costui era stato ricattato e minacciato da alcune persone e quella sera avrebbe dovuto pagare, ma impaurito aveva chiamato i carabinieri. Quando arrivò Giuseppe, un giovane carabiniere appostato nel fosso saltò su intimando l’alt, ma gli partì inavvertitamente un colpo dal fucile. Giuseppe, oltre allo spavento si sentì bruciare al collo, fu invitato in casa e si accorsero che era stato ustionato dal proiettile. Lo spavento generale mise in secondo piano l’operazione e, dopo diversi anni, Arrigo rivide a Bologna l’allora maresciallo che ricordava ancora costernato quell’episodio.

Queste storie mi sono state raccontate dai famigliari, alcune recentemente per mia curiosità, altre in gioventù la sera dopo cena attorno alla tavola quando non c’era la televisione.