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- La guerra -

“Ricordi di guerra”

 

di anonimo consandolese

 

Quando, alla fine della guerra, siamo venuti a conoscenza degli “orrori nazisti” perpetrati in Italia e all’estero, per noi è stata una sorpresa, perché nella nostra zona non abbiamo avuto episodi particolarmente violenti. L’unico di cui si parlò fu l’uccisione di un giovane, tale Migliari, a causa, si diceva, di un suo atteggiamento provocatorio nei confronti dei soldati tedeschi. Certamente, erano truppe d’occupazione e tanti erano i loro comportamenti che ce lo facevano ricordare. Requisivano il bestiame dalle stalle e si vedevano passare numerose mandrie dirette a nord, accompagnate obbligatoriamente da uomini della zona.

Passavano di casa in casa con una camionetta distribuendo capi di vestiario da lavare. Non si poteva rifiutare; ricordo mia madre e mia nonna alle prese con una ventina di maglie e mutandoni di lana immersi in un grande mastello di legno. Circolava un aneddoto a questo proposito: la signora Clara Buscaroli aveva tentato di rifiutare, dicendo che non aveva più cameriere a disposizione, ma la risposta fu: “Lava tu!”.

Si installavano nelle case più spaziose, obbligando i residenti a restringersi il più possibile. Alla villa Salvatori c’era il comando con i “da più” (così erano chiamati i graduati dalla nostra gente) e un gran viavai di auto, moto e sidecar. La truppa era alloggiata da Fabretti-Monti tra casa e stalla. Ho un ricordo buffo relativo a questo alloggiamento: la latrina all’aperto, costituita da un’enorme impalcatura a forma di “scalone” da frutticoltore, sistemata a cavallo di una buca profonda. Da lontano si vedevano i soldati appollaiati sui pioli. Noi ci chiedevamo cosa stessero facendo e la risposta ci fu data da un paio di bambini mandati in avanscoperta.

Anche casa nostra venne in parte occupata. Vi impiantarono un’infermeria e mio nonno era spesso occupato a bruciare vari rifiuti sanitari in un’apposita buca. Il medico riceveva anche i civili, ricordo i lamenti di una mia vicina che era venuta a farsi incidere un ascesso. Anch’io fui sottoposta alle cure del medico tedesco trasformatosi per l’occasione in dentista, ma dopo vari tentativi non riuscì ad estrarmi il dente dolorante, perché le pinze che aveva erano per adulti.

Dopo l’infermeria o in un periodo precedente, non ricordo bene, furono alloggiati da noi tre radiotelegrafisti: Fritz, Kurt e Joseph; ricordo i loro nomi perché si fermarono a lungo ed erano diventati quasi di famiglia. Avevano nascosto il furgone ricetrasmittente tra i meli di un piccolo frutteto confinante e spesso invitavano me ed un mio compagno di giochi ad ascoltare la musica con le cuffie, cosa per noi alquanto strabiliante.

Fritz era un graduato ed un giorno ci accompagnò nella cucina di villa Salvatori dicendo ai soldati di corvèe che ogni giorno avrebbero dovuto darci un po’ di latte da portare a casa, perché non se ne trovava più, dato che le stalle erano state svuotate da loro. Eravamo bambini di sette anni, io avevo anche un fratellino di un anno ed il latte era veramente necessario.

Cominciò per me l’andirivieni con una bottiglia: a volte la riportavo piena, a volte a metà. Una mattina arrivai che il latte era finito, o meglio ne era rimasto un po’ da parte per un “da più” che non era ancora sceso a colazione. Mentre il soldato cercava di spiegarmi la situazione, comparve il personaggio in questione. Dico “comparve” perché fu per me proprio un’apparizione strabiliante ed inquietante: alti stivali neri lucidissimi, pantaloni “a sgoffo”, cinturone e pistola, una manica zeppa di gradi, cappello con visiera sugli occhi, era proprio come i tedeschi cattivi che vediamo oggi nei films, ma allora io non ne avevo mai visti dal vero.

Mi rintanai in un angolo mentre il soldato sull’attenti gli spiegava il motivo della mia presenza che probabilmente appariva alquanto strana. Il capitano (o maggiore o colonnello, chi lo sa?) mi guardò impassibile, poi fece un cenno al soldato che gli diede un imbuto e… versò lui stesso il latte nella mia bottiglia; tutto ciò senza che il suo viso “di legno” si scomponesse minimamente.

Il ricordo più bello di questo periodo si riferisce al Natale dell’anno 1944. La sera della vigilia i nostri tre ospiti ci vietarono di entrare nel “tinello”, perché, ci dissero, dovevano consultare certi incartamenti contenuti in un grande scatolone che trasportavano in due.

Dopo diverso tempo ci fecero entrare: la stanza era fiocamente illuminata da un’unica candela, non si vedeva quasi niente, si udiva invece un coro a bocca chiusa che loro tre avevano intonato (Mi sovviene a questo punto la poesia “S.Ambrogio” di Giusti: … un cantico tedesco lento lento, mi suonò dolce, flebile, solenne, tal che ancora nell’animo lo sento: era preghiera e mi pareva lamento…). Poi accesero la luce e… meraviglia ai nostri occhi per quei tempi! Avevano decorato la tavola con rami verdi e vi avevano disposto piatti pieni di leccornie, uno per persona.

Erano mesi che non si vedevano in giro simili delizie! Uno dei piatti conteneva al centro dei dolciumi la candela accesa e quando ci sedemmo, a me fu dato proprio quel piatto. Non ricordo cosa contenesse di preciso, ricordo soltanto il surrogato di cioccolata che di cioccolata aveva solo il colore, ma che era ugualmente molto gradito da tutti noi. La cioccolata vera era scomparsa da parecchio tempo.

A questo proposito affiora alla mia mente un altro ricordo. Ero seduta in cortile mangiucchiando pane e cioccolata: non so chi me l’avesse data, ma era vera, poca, tre piccoli quadretti; la leccavo e la sfregavo sul pane per farla durare il più a lungo possibile. Mi si avvicinò un’anziana vicina di casa dicendo: “Dammene un pezzettino, non ricordo più che sapore abbia e forse non avrò più occasione di assaggiarne”. Così le diedi il quadrettino che ancora non avevo leccato.

Un giorno alcuni tedeschi graduati vollero restare soli in cucina, l’unica stanza riscaldata dal camino, alimentato poco per volta: legna non se ne trovava. Gli adulti uscirono tutti, io e il mio fratellino ci fecero restare, anche perché uno di essi aveva notato le mie mani piene di geloni. Stavano tutti chini sul tavolo ricoperto di carte geografiche e discutevano nella loro lingua. Il fuoco si stava esaurendo e fu chiamato un soldato che era fuori in attesa. Evidentemente gli fu ordinato di provvedere, perché dopo qualche tempo tornò con le braccia cariche di grandi pezzi di legno. Io riconobbi i banchi di scuola.

Si andava a cercare legna nella campagna vicina, bastoni e rami secchi. Io spesso accompagnavo mia madre per aiutarla. Un giorno trovammo due lunghi pali nascosti in un fosso tra i rovi. Rappresentavano un piccolo tesoro! Non fu facile trasportarli, ogni pochi passi io mi dovevo fermare e la mamma mi incitava nel timore che chi li aveva nascosti si facesse vivo. Appena giunte a casa, mio nonno si mise all’opera per tagliare quell’eccezionale bottino.

Lo rivedo ancora armeggiare borbottando contro la sega poco affilata, con un grembiule tipo “arzdora” che indossava sempre per lavorare. Improvvisamente irruppe nel cortile un uomo, tale Ercul, che alquanto inviperito reclamava i “suoi” pali. Mia madre ribatteva che se i pali avevano un padrone, quello sarebbe stato se mai il proprietario della campagna.

Richiamati dalle voci sempre più concitate (mancava poco che si venisse alle mani), assistevano alla scena alcuni tedeschi e chiesero il motivo di tale litigio. Nel gergo “italo-tedesco” di allora la parola “rubare” era indicata con uno strano vocabolo: “comsì comsà”. E mia madre diede loro la spiegazione a modo suo: “Lui comsì comsà al padrone, io comsì comsà a lui”. “E adesso - esclamò uno di essi rivolto a mia madre - io comsì comsà a te!!”. E si prese ridendo tutta la legna. Tra i due litiganti…

Mia madre ed io vivemmo un’altra avventura a proposito di furto di legna. Eravamo nella campagna di Fabretti-Monti insieme ad una nostra vicina ed avevamo già raccolto un bel fascio di grossi bastoni. Improvvisamente vedemmo avvicinarsi il proprietario, il vecchio Monti, padre del più noto dottor Renzo.

La vicina si allontanò in fretta, mia madre invece l’affrontò. Furono scambiate poche battute alquanto vivaci: lui l’accusò di furto e le chiese nome e cognome per denunciarla. Mentre io piangevo disperata, lei rispose: “Sono la tal dei tali, vada pure a denunciarmi se vuole, ma io , date le circostanze, non mi sento affatto una ladra”.

Forse la denuncia non è stata fatta o forse i carabinieri avevano altro a cui pensare.

Le prime bombe a Consandolo furono sganciate per errore oppure, si pensò, per alleggerire un aereo con qualche problema. Caddero in campagna, in via Gresolo, all’incrocio per Portomaggiore e Argenta. Non fecero danni gravi. Tutti andavano a vedere ed anch’io con mio padre, sulla canna della bicicletta.

Erano cinque buche tutte vicine, enormi, o così apparvero ai miei occhi di bambina. Ma ben presto cominciarono a cadere bombe sul Metano, sulla ferrovia, sulla fabbrica Buscaroli. Quando si avvicinavano gli aerei veniva suonato l’allarme dal Metano con tre colpi battuti su di una bombola, mentre il cessato allarme consisteva in un solo colpo.

A volte passavano squadriglie di bombardieri diretti a nord, volavano alti, lentamente, con un rombo sordo; capivamo allora di non essere in pericolo e si continuavano le normali attività. Spesso però giungevano aerei più leggeri, velocissimi, che volavano bassi e mitragliavano qualsiasi cosa in movimento: veicoli, animali, persone. Allora ci si riparava in fretta alla meglio: nei fossi se ci si trovava per strada, sotto i tavoli o nei sottoscala se si era in casa.

Per un certo periodo noi ci riparammo in una buca profonda che mio nonno aveva scavato nella “casona” per seppellirvi la biancheria di casa o ciò che si avrebbe voluto nascondere ai Tedeschi o a qualche sciacallo qualora fosse stato necessario abbandonare la casa, come poi avvenne. Quasi ogni giorno arrivava “Pippo”, un aereo ricognitore, che sorvolava più volte il paese a bassa quota, forse per scattare fotografie; non mi pare che mitragliasse o sganciasse bombe, perché in effetti non era molto temuto.

Andavamo a letto vestiti per fuggire in fretta quando suonava l’allarme, lontano dalle case, nelle campagne. Io dovevo tenere per mano la nonna che si emozionava al punto di perdersi: “Maria, in duv senia? in duv andenia? “ piagnucolava rivolta a mia madre, la quale spingeva la carrozzina di mio fratello che, oltre al bambino, trasportava un cambio di abiti per ciascuno, un po’ di pane ed una valigetta contenente i “tesori” di casa: qualche risparmio, due fogli ripiegati che mi era stato detto fossero “Buoni del tesoro”, un bracciale d’argento, un orologio da polso, una sveglia, l’anello di fidanzamento di una mia zia defunta.

La notte era illuminata a giorno dai bengala, la strada si riempiva di persone con fagotti e valigie. Mia madre ci teneva distaccati dagli altri, perché diceva che dagli aerei potevamo essere scambiati per truppe in movimento ed essere mitragliati. A volte si spargeva la voce secondo la quale si prevedevano forti bombardamenti notturni; allora andavamo tutti a dormire in campagna, nelle stalle ormai vuote o nei “portag” delle case coloniche.

Noi andammo alcune volte alla “Braiola”: i contadini della casa prepararono una gran “paià” per quindici-sedici persone e il fatto di sdraiarci tutti vicini senza svestirci e senza lavarci a me piaceva tantissimo. Noi bambini dormivamo, ma gli adulti passavano la notte o gran parte di essa in ascolto di scoppi ed esplosioni.

Quando i bombardamenti si fecero più frequenti tutti abbandonarono il paese, ospitati nelle case di campagna. Noi andammo al “Palazzone” ospitati dalla nonna paterna. Nella campagna, lontano dalla casa, era stato scavato un rifugio, ricoperto di assi, rami e terra e ad ogni avvisaglia di aerei correvamo là dentro.

Una sera assistemmo al bombardamento di Argenta. La zona era illuminata a giorno dai bengala, diversi aerei in picchiata sganciavano bombe, ne vedevamo i bagliori ed i frammenti rilanciati in aria, come un gigantesco spettacolo pirotecnico. Molti civili perirono in quell’occasione. Ricordo i visi sgomenti dei miei famigliari e dei vicini di casa: “Domani sera toccherà a noi” sussurravano. Invece toccò a Portomaggiore.

Mentre assistevamo al medesimo spettacolo della sera precedente (questa volta guardando verso nord), avevamo la sensazione di aver scampato un grave pericolo. In effetti Consandolo non è mai stato bombardato “a tappeto”, ma fu ugualmente in gran parte distrutto a più riprese.

Ogni qual volta avvenivano spezzonamenti, i miei famigliari si recavano in paese per controllare se la nostra casa era ancora in piedi e un giorno mia madre tornò piangendo; la casa era stata colpita e le due stanze d’angolo non esistevano più, le altre camere erano pericolanti con porte e finestre sfondate (la casa era ed è all’angolo tra via Opera Pia e Viale Rimembranze, a nord-ovest, verso via Provinciale)(n.d.r.).

Nei giorni seguenti i miei cominciarono un andirivieni con un carretto per portare al Palazzone le masserizie che si erano salvate. Io avevo una bambola chiamata Donatella che di solito stava seduta al centro del letto dei miei genitori (a quei tempi si usava). Si salvò, nonostante la testa di gesso avesse riportato alcune “ferite” e l’abito di organza azzurra fosse strappato.

Poi i bombardamenti terminarono, non c’era più niente da distruggere, ma continuarono ad arrivare le granate da sud, poiché la linea del fronte era ormai vicina. Mi par di ricordare che anche il Palazzone venisse colpito nell’appartamento di “Tabarin” (angolo sud-ovest)(n.d.r.). Noi abitavamo nella parte centrale della casa ed eravamo abbastanza protetti, ma più ancora si era sicuri nelle stanze del lato nord.

Un giorno mi trovavo con i miei nonni in una di queste stanze nella casa di Roncarati. Si sentivano vari scoppi di diversa intensità e ci eravamo riparati dietro un grande tino (un tinazz). I soldati tedeschi avevano ormai abbandonato la zona, ricordo un ultimo carro armato che attraversò velocemente la campagna ed il cortile schiacciando il “corag” della Nice (fortunatamente vuoto).

Ad un certo punto sentimmo delle voci all’esterno e ci ammassammo tutti, cinque-sei persone, dietro al tino. Io ero accovacciata a terra tra le gambe degli adulti e riuscivo a vedere la porta. La vidi socchiudersi lentamente e dalla fessura vidi sporgere prima la canna di un mitra, poi un soldato; la sua divisa era diversa dalle solite, soprattutto era diverso l’elmetto: non rotondeggiante come quelli che ben conoscevamo, ma era piatto e ricoperto da una reticella e da rametti verdi.

Nel frattempo anche gli adulti avevano allungato il collo e Gigin mormorò: “È un inglese” poi gridò: “Sono arrivati gli Inglesi!!!” e si precipitò a dargli la mano.

Uscimmo tutti cautamente, rasenti al muro. Dalla strada erano entrati nel cortile una decina di soldati, avanzavano guardinghi col mitra in mano, in fila indiana distanziati di alcuni metri l’uno dall’altro. Poi ne arrivarono altri, avevano due prigionieri tedeschi, un graduato al quale fecero tante domande ed un soldatino giovane che fumava rilassato; ricordo perfettamente quella scena.

Gli Inglesi si accamparono lungo il fossato tra il Palazzone e la Mensa in piccole tende da campo. In casa di Roncarati installarono la cucina e noi bambini avemmo arance (chi le aveva più viste?) e cioccolata, quella vera.

I pericoli erano finiti, si ricominciava. Nei mesi successivi iniziò lentamente la ricostruzione. Purtroppo nei primissimi tempi del dopoguerra si scatenarono anche qui odi e vendette, ma per quest’argomento rimando alle pagine dello scrittore Giampaolo Pansa.