Indietro

Homepage

- La guerra -

“La necessità aguzza l’ingegno”

 

di Aimone Fornasini

 

Partendo dalla linea  che forniva elettricità alla centrale, venne effettuato un allacciamento abusivo da parte di privati, con il benestare dei militari che ne usufruivano.

Per questo… manufatto di oltre un km di lunghezza, si usarono dei pali di recupero, alla sommità dei quali era fissato un grosso chiodo ripiegato in cui era infilato un collo di bottiglia di vetro, con funzione di isolatore. La linea era costituita da fili di alluminio, sfilati dai cavi della condotta dell’alta tensione che era stata fatta saltare nell’ottobre del 1944. L’ultimo bombardamento del metano fece finire tutta questa “cuccagna” ma la guerra ormai era finita.

Allora si viveva di espedienti, come le biciclette che, al posto del copertone, avevano una corda grossa adattata al cerchio metallico della ruota. Bisognava spingere come dannati, ma almeno non si sentiva il rumore del cerchio sulla strada.

Lo stato di guerra comportava la rinuncia a tante cose, alcune futili, altre indispensabili, ma sempre si cercava la soluzione per le varie necessità.

Mancava il caffè? E allora si tostavano vinaccioli e orzo, così nella tazzina qualcosa di scuro c’era, ma spesso mancava lo zucchero.

La penuria di pane veniva in parte compensata con le patate, quando c’erano. Anche i bambini delle elementari coltivavano l’orto di guerra nel giardino della scuola, ricavandone patate per la refezione scolastica.

La carenza di sapone fece incrementare l’uso della “liscia” derivata dalla cenere, usata non solo per il bucato; essa divenne lo shampoo del tempo. Era un po’ troppo energica sulla cute, ma funzionava per i capelli.

Chi aveva disponibilità di vino produceva in casa la grappa con alambicchi quasi improvvisati. Alcuni contadini con il trinciabietole trituravano le mele non commercializzate, ricavandone sidro.

Si ottenne ottimo olio dai semi di girasole pressati con il “crick idraulico” dell’autocarro. Venendo a mancare le sigarette, alcuni le produssero per uso proprio con un piccolo tubo a siringa; prima però bisognava trovare il materiale, dato che le cartine erano una rarità.

Per riscaldarsi si andavano a scavare le radici degli alberi abbattuti dai Tedeschi per farne le loro postazioni, oppure si estirpavano le bietole, in quel tempo non più raccolte, che si erano essiccate nei campi; bruciavano con fiamma azzurra e caldissima.

Chi aveva lana nei materassi (allora cosa rara) poteva filarla con il “filarino” e confezionare con i ferri maglioni, pullover e calze. Queste confezioni divennero una moda ed erano molto ambite anche dai giovani. Anche le pelli di coniglio divennero talvolta la piccola pelliccia di qualche bambina; trattate con pazienza con “l’allume di rocca” diventavano morbidissime.

Ciò che distinse Consandolo fu l’uso dell’acqua salata di alcuni pozzi di metano per cuocere i cibi, dato che mancava il sale; in questo fummo unici!

A queste soluzioni bisogna aggiungere quelle imposte dallo Stato.

L’Italia non produceva cotone e così si fabbricò un derivato dalla pasta del legno, il RAION; era una fibra un po’ grossolana ma passabile.

Per sostituire la lana si produsse dal latte una fibra detta LANITAL che aveva le caratteristiche della lana ma c’era l’inconveniente che con il calore del corpo emanava un acre odore di… caprone. Per questo motivo ebbe poco successo.

Consandolo aveva il metano per far funzionare i trasporti, ma fuori zona vi furono autocarri detti a “gassogeno” che funzionavano con il gas di carbonella (lo stesso carbone usato oggi nei barbecue), che bruciava dentro un grosso cilindro collocato di fianco alla cabina. L’autonomia era limitata. Le “locomobili” che erano la forza motrice per trebbiare il grano producevano il vapore bruciando la pula del grano stesso.

Tutto questo per dimostrare che veramente il bisogno aguzza l’ingegno e questi sono solo alcuni esempi.