Indietro

Homepage

- La guerra -

“La lunga notte della ‘Pioppa’”

 

Ricordi di  Muzio Chiarini

 

 

Si era nell’aprile del 1945.

Al di là della ferrovia che lambisce il borgo del Trebbo, “Toni” Castaldelli aveva costruito nel suo terreno un rifugio di guerra così ampio e capiente che praticamente era diventato il rifugio di tutto il borgo, ed anche il mio.

Infatti io ero “nascosto” in casa di Zebedeo Castaldelli, suocero di mio fratello e fratello di “Toni”, che da questi abitava a pochissima distanza.

Ero tornato miracolosamente dalla Grecia ma non libero dagli obblighi militari, risultavo renitente di leva ma il mio pericolo più incombente e immediato era quello di un giovane, come tanti altri, che rischiava di essere prelevato dai Tedeschi come accompagnatore di mucche rubate e spedito poi nei campi di concentramento. Lo strano è che fossi “nascosto” nella stessa casa dove stava un soldato tedesco, ma devo precisare che questo soldato, Luigi, si era tanto familiarizzato da convivere insieme in un  rapporto civile e di fiducia. E non era un caso isolato giacchè questi soldati, installatisi nelle case, a poco a poco si affezionavano da diventare addirittura protettori da ruberie e violenze perpetrate da altri loro camerati.

      Dopo lo spaventoso bombardamento e relativa distruzione di Argenta, la gente del Trebbo, impaurita, andava a stiparsi stretta nel rifugio. Infatti, poche sere dopo, preceduti da un lancio di illuminazione a giorno dei bengala, incominciarono a bombardare e spezzonare al fosforo il borgo e la relativa via in direzione di Portomaggiore. Sembrava un inferno. Case, fienili, carri trainati dai buoi, bruciavano tra intense e alte fiamme in una immagine spettrale e terrificante. In un momento di breve sosta di quel finimondo, presi da uno spavento irrazionale, uscimmo dal rifugio e ci mettemmo a correre terrorizzati lungo lo “stradone” che conduce alla casa colonica “la Pioppa” la quale, essendo semi circondata da un canale, veniva ritenuta da alcuni un’ancora di salvezza in quanto i Tedeschi, nel ritirarsi (o fuggire?) verso Ferrara, non sarebbero venuti a chiudersi in una trappola, altri invece urlavano che era una trappola per noi.

In mezzo a tanto sconvolgente trambusto di fughe e di terrore, io cercavo di stare vicino a mia mamma, temendo che nella disperata corsa, non gliela facesse o cadesse, quando a un certo punto, tra i lampi e i bagliori delle bombe che squarciavano il buio, scorsi una sagoma umana stesa a terra che chiamava aiuto. Era Fleanna, una ragazza che l’obesità aveva reso tale da non essere più capace di rialzarsi. Gridai alla mamma: “Vai, non fermarti, poi ti raggiungerò!” quindi mi chinai e provai di alzarla ma per le mie forze era un peso impossibile da sollevare se non con l’aiuto di Corrado “Pirulin”, che si fermò alle nostre grida.

Arrivammo alla “Pioppa” che stavano spegnendo un principio di incendio nel fienile. Vedo ancora la faccia buona dell’Antonia, la “zdora” della famiglia Squarzoni, dare un bicchierino di qualche cosa di forte a mia mamma e ad altre persone segnate nel volto da uno smarrimento da fine del mondo, ma in realtà assistiti dalla fortuna non essendoci stati ne morti ne feriti.

Quella notte non fu facile riprenderci dal terribile spavento e poter raggiungere l’alba un po’ meno scossi.

La ricordo e mi rimase sempre impressa come la lunga notte della “Pioppa”.