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- La guerra -

“La guerra è finita qui: il 18 Aprile 1945”

 

di Rina Squarzanti

 

 

II 25 aprile ricorda la fine della seconda guerra mondiale, iniziata il 10 giugno 1940 e terminata il 18 aprile 1945. La guerra è finita proprio qui, nel nostro paese e dintorni, dove ha lasciato le sue ferite e i suoi dolori. Il fronte tedesco era fermo ad Alfonsine, dove i soldati avevano passato l'inverno. Intanto anche l'America era intervenuta nel conflitto e l'Italia si era alleata con la Germania di Hitler. La mattina dell'8 aprile 45, ci fu un massiccio passaggio di aerei da bombardamento (si capiva dal rombo cupo degli apparecchi) e nella notte successiva si sentì continuamente il rombo del cannone.

"Gino - dissi - inizia l'offensiva" E così fu. Noi abbandonam­mo la casa del Trebbo (una piccola stanza che ci avevano dato i Galanti) e trovammo rifugio, insieme ad altre famiglie, presso Antonia e Dino Montanari, giù in campagna, perché vicino alla strada era pericoloso restare per il continuo passaggio di truppe, mentre Pippo, un apparecchio da ricognizione, sorvolava giorno e notte la zona. In quei giorni furono inviati, dai Tedeschi e dai repubblichini che presie­devano il nostro paese, una cinquantina di uomini consandolesi per il lavoro obbligatorio al ponte: dovevano scavare trincee e postazioni belliche. Iniziarono intanto aspri e sanguinosi combattimenti ad Alfonsine e sul ponte della Bastia. Gli Anglo-americani avanzavano con massicci bombardamenti, mentre l'esercito tedesco era ormai distrutto. I nostri uomini si trovarono in quell'inferno di fuoco e di fiamme.

Molti riuscirono a fuggire, altri rimasero feriti, come Bonora, Bernardi, Strozzi Gino. Primo Melloni, il marito della mia cara amica Antonia, morì al fronte in seguito alle ferite riportate durante un bombardamento.

Tutti i cittadini, per sfuggire alle incursioni degli aerei, lasciarono le loro case, portando solo il necessario. Si viveva nelle stalle che erano vuote, perché il bestiame era stato requisito dai Tedeschi e quando suonava l'allarme si correva tutti nei rifugi, scavati sottoterra, come trincee. I generi alimentari scarseggiavano ed erano tesserati. Venivano dati un etto e mezzo di pane al giorno per ogni persona. Per avere un po' di carne, ogni quindici giorni, si faceva la fila. Di conseguenza c'era la borsa nera. Qualche cosa si trovava, ma a quale prezzo! Nella casa dell'Antonia, la mamma cuoceva patate e preparava pentole di minestra che distribuiva anche a noi.

Tutt'intorno c'era desolazione. Le terre brulle, incolte, qualche passante che portava in salvo le poche cose e il cannone che sparava davano un senso di disperazione, di terrore, di morte.

La mamma Ala, nella sua missione di infermiera, correva sulla sua bicicletta da un capo all'altro del paese per portare la sua opera di assistenza, dove era necessaria e richiesta. Passava sotto i bombardamenti e i mitragliamenti come un soldato in guerra. Se doveva circolare nelle ore del coprifuoco portava al braccio la fascia della Croce Rossa.

Anche la Germana, da poco diplomata, era rimasta l'unica ostetrica ad assistere le partorienti. C'era il coprifuoco e dalle 9 della sera alle 6 del mattino non si poteva circolare. C'era anche l'oscuramento perché una luce accesa poteva essere una guida o un obbiettivo da colpire.

Intanto i pochi superstiti tedeschi cercavano di raggiungere il Po e fuggivano in disordine.

Mentre la guerra incalzava, una sera davanti al nostro rifugio si presentarono Renzo Monti con la mamma Terzilla, la zia Tullia e la Liduina. Il rifugio era già gremito e accettammo solo la Liduina. Gli altri andarono altrove. Avevano la casa invasa dai Tedeschi, che la devastarono, prima di  abbandonarla.  In quella notte la signora Tullia Fabretti perse una borsa piena di soldi, mai più ritrovata. Circolava  la voce  che  gli   Alleati   avrebbero  bombardato.

Argenta, Portomaggìore, Consandolo. E cosi av­venne. Dopo pochi giorni un violento bombarda­mento distrusse Argenta. Il cielo era rosso, si vedeva laggiù un grande fuoco e le granate arrivavano fino all'imbocco del nostro rifugio, scavato nell'argine che fiancheggiava il vecchio letto del fiume Po. Poi fu la volta di Portomaggiore nel quale venne distrutta la stazione ferroviaria e tutto il paese. Un paese agricolo con qualche industria, come la rinomata fabbrica di marmellate Colombani. Le signore Servidei, madre e figlia, che io ben conoscevo, furono trovate morte, abbracciate, sotto le macerie della loro casa. Anche Consandolo non fu risparmiata. Il giorno dopo (17 aprile 45), verso le 10 del mattino, una formazione di aerei pesanti piombò sul paese, seminando con le sue bombe, terrore e morte, distruggendo il centro e le borgate. Il fragore degli apparecchi e degli scoppi dominava la zona. Anche la chiesa e la canonica vennero semidistrutte. Vi  furono dei morti. La figlia dei Gallerani, una ragazza di vent'anni, fu trovata decapitata dallo scoppio dì una bomba. La madre impazzì dal dolore.

Eravamo tutti nei rifugi, insieme ad altre famiglie, in attesa della sorte. La Luisa era sempre con la nonna Ala, Giovanna e Paola con il papà. Io tenevo in braccio Alberto, che aveva ormai tre mesi e mi avvicinai a Gino, davanti a una piccola apertura, così potevamo seguire lo spostamento degli apparecchi.

La formazione prese poi la direzione dell'argine. "Gino”, dissi, “è giunta la nostra ora, o vita o morte". In cuor mio pregavo: "Signore,  se  non  di  noi,  abbi  pietà  di  questi bambini innocenti". Ad un tratto gli apparecchi cambiarono rotta, ritornarono indietro e sparirono nel cielo - Eravamo salvi! Ci abbracciammo piangendo, con il cuore pieno di angoscia, per il terribile momento provato. Eravamo salvi, ma avevamo la casa distrutta, il lavoro perduto e quattro bambini piccoli da mantenere.

Il 18 aprile '45 arrivarono nel cortile di Antonia e Dino Montanari gli Alleati, su carri armati che sembravano mostri, e distribuivano ai bambini caramelle e cioccolata. Io non feci buon viso ai liberatori, perché avanzavano con la violenza e ci avevano distrutto tutto quello che possedevamo. In cuor mio ripetevo quella frase trovata scritta sul muro di una casa romana: "Andatevene tutti e lasciateci piangere soli". Quando tutto fu finito, Gino prese in braccio le bambine, una alla volta, e traversò correndo il letto del fiume, per timore che giungessero ancora le granate e le portò nella stalla. Ultimo fu Alberto, questo fagottino dentro la sua culla, adagiato nella mangiatoia come il piccolo Gesù. Restammo nella stalla ancora qualche giorno, poi ritornammo nella nostra casa del Trebbo, anch'essa sinistrata, in attesa di sistemazione migliore.

La guerra era finita, ma ci aspettavano anni duri e difficili, la ricostruzione. La guerra partigiana ebbe il pregio di liberare l'Italia dai Tedeschi, ma in quel periodo si accesero gli odi di classe e di partito, i rancori, le vendette personali e molte furono le vittime.