Indietro

Homepage

- La guerra -

“Gli ultimi giorni di guerra a Consandolo”

 

Ricordi di  Muzio Chiarini

 

 

Venivamo dalla “Pioppa”, sfollati in cerca del luogo più sicuro. Avevamo scelto l’”Albarel”, fuori mano, soltanto un lungo “stradone” lo congiungeva alla statale 16. Si diceva che la guerra stava per finire anche a Consandolo.

Io ero sempre vicino a mia mamma, non l’abbandonavo. La prima notte, sotto la grande tettoia del fienile, in tanti, con giacigli occasionali di paglia, ci avvolse il silenzio più assoluto.

Niente scoppi, niente spari, niente rumori di aerei.

Quel silenzio ci fece dormire, riposare, tant’è vero che di esso ce ne accorgemmo solo al mattino e qualcuno vi trovò addirittura un’analogia, un accostamento con Atlanta di “Via col vento” (ne era già uscito il  libro)  durante la guerra di secessione nell’America del Sud quando la città venne a trovarsi in una zona neutra, di nessuno, causata da un esercito che avanzava e dall’altro che si ritirava, in un silenzio assoluto, come se gli echi infernali della guerra fossero ad un  tratto spariti definitivamente. E la stessa cosa, dicevano, accade adesso a Consandolo, dove gli alleati avanzano e i Tedeschi si ritirano intervallati da questo silenzio che ne costituisce la conferma.

Siccome avevo finito le scorte delle vivande, tale credibile ipotesi mi suggerì di andare a rifornirmi a casa e quando lo dissi al mio amico Melandri, esclamò: “Non sarai mica matto?” gli risposi che non sapendo quanto tempo poteva prolungarsi tale situazione, non volevo ridurmi a chiedere da mangiare a chi, già non ne aveva quasi più. Gli chiesi se mi faceva il favore, qualora mia mamma mi avesse cercato, di inventarsi qualcosa perché restasse tranquilla e ciò detto partii verso il Trebbo, verso casa mia, che distava circa due chilometri.

Attraversando il borgo mi colpì il silenzio che vi regnava, di tomba sembrava, vidi muri sfondati, alcuni anneriti da precedenti incendi, una casa scoperchiata, molte finestre erano rotte, spaccate, senza vetri o addirittura mancanti dei loro telai e segnate, compresi i muri, da fori di mitragliatrici e buchi di schegge. Ma soprattutto un luogo deserto, vuoto, senza un minimo segno di vita. Ebbi la sensazione di attraversare un paese fantasma e confesso che mi fece veramente una forte impressione.

Giunsi trafelato a casa, la quale, già diroccata prima della guerra, era sorprendentemente rimasta in piedi. Solo la porta e le finestre erano spalancate e rotte.

Presi del pane dal “zzistlòn”, suo tradizionale contenitore e un salamino all’aglio ancora appeso alla pertica, tenuti entrambi nella camera da letto situata sopra la cucina.

Non ce ne sarebbe stato bisogno. il giorno dopo adagio, cautamente con una voce metallicamente ampliata che chiedeva se c’erano Tedeschi, arrivò il primo carro armato alleato anche all’ “Albarel”.

Quasi non ci credevamo, eravamo liberi, eravamo liberi.