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- La Delizia ritrovata -

I muratori: struttura del palazzo

 

 

A conferma dell’integrale edificazione in laterizio è il successivo contratto coi muratori, stilato due giorni dopo, il 9 febbraio 1434 (7).

Sottoscrissero l’impegno quattro mastri muratori: Maestro Meo, figlio di Francesco da Poggibonsi, della contrada di San Romano, che proprio in questa occasione si mise in proprio, sciogliendosi dall’impresa di famiglia che si era occupata di importanti costruzioni a Ferrara, ed inoltre Maestro Bartolomeo detto Mazo fu Merlino della contrada di San Gregorio, Mastro Pietro da Binda fu Stefano della contrada di Pietro Santo e Mastro Domenico da Consandolo fu Bencivegna della contrada di San Salvatore.

Essi si impegnavano a costruire in muro di pietra cotta e calce il palazzo, la stalla ed altri edifici che il Pendaglia voleva fare a Consandolo ed anche a intonacare i muri, fare limbelli (cassematte), selciati, intagli, volte e colonne della loggia, pozzi e cisterne con camera a volta.

Dovevano tenere a loro spese altri due mastri muratori e due operai abili ad impastare e portare la calce e dovevano lavorarvi in continuità, senza occuparsi in lavori d’altri, per 1 lira marchesina ogni 1000 pietre posizionate, sia nuove sia vecchie.

Rimanevano a carico del Pendaglia pietre, calce, sabbia, acqua e la manovalanza per la loro fornitura sul posto di lavoro, spettavano a lui anche lo scavo delle fondamenta e le filagne con il cordame per le armature, per le quali i muratori dovevano pagare soltanto le assi.

Le minuziose descrizioni dei lavori richiesti ai muratori delineano con precisione le strutture del palazzo.

Anzitutto fu uno dei primi ad essere costruito a due piani, poiché anche in città le case in genere non avevano il piano rialzato (7).

Il piano nobile superiore includeva la sala grande di rappresentanza e quattro camere con relative guardacamere, cioè stanze solitamente più piccole che si aprivano all’interno della camera cui servivano; di esse una camera era ad uso privato del Duca (10) ed un’altra della Duchessa (2).

Al piano terra c’era un’altra sala dove pranzava la servitù ed un altro gruppo di quattro camere con guardacamere comprendente una seconda camera per il Duca (10).

All’interno era interamente intonacato e pavimentato in cotto; all’esterno era in pietra a vista rifinita a dito e fornito di adeguati comignoli. Era provvisto di loggia, formata da pilastri con due colonne mediane, ciò suggerisce un accesso centralizzato al palazzo, benché dal documento non si identifichi il lato dell’ingresso principale.

L’intera loggia, da pilastro a pilastro, la porta grande e ogni finestra dei due piani erano rifinite ad arco con ghiera in cotto intarsiato, nelle finestre tale incorniciatura comprendeva gli stipiti fino al davanzale.

Anche tutti gli angoli superiori delle stanze erano decorati con ornati fittili, che gli stessi muratori dovevano eseguire; questa notizia fornisce un dato interessante per la storia dell’architettura ferrarese e cioè che erano le maestranze medesime ad incidere con lo scalpello quelle pietre da intaglio, più volte citate nei contratti, ed ottenere così quel cotto plastico che caratterizza l’ornato ferrarese.