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-  Salvatori - Cenni di vita -

 

NEL      ANNIVERSARIO   DELLA   MORTE

CENNI SULLA VITA E SUL CARATTERE

DEL

N. U. Cav.

ALZIRDO SALVATORI

(15 MAGGIO 1848   -   3 DICEMBRE 1934)

A   CURA   DEL   FIGLIO Avv.   VINCENZO SALVATORI

Dicembre  1964

RISTAMPA NEL   TRENTENNIO   DAL  TRAPASSO

 

 

Nell'accingermi a scrivere alcune pagine sul carattere e sulla vita di mio padre, non posso tacere di essere dominato da un sentimento d'infinita reverenza verso colui che, per mia somma ventura, mi diede la vita e me la rese grata e fiorita per molti anni; sentimento che si unisce alla perplessità ed al timore di non saper tratteggiare con verità e colorito le splendenti virtù che lo adornarono.

Sono destinate queste pagine ai suoi conterranei di Consandolo, che meglio lo conobbero, che egli tanto amò, predilesse, beneficò fin che ne ebbe la possibilità e che conservano di lui un durevole, vivo ricordo il quale onora non meno essi, che lui medesimo.

Sue virtù preminenti e più palesi furono la grandissima, eccezionale bontà, che lo rendeva spoglio di ogni egoismo e la modestia, l'umiltà che lo facevano essere indulgente verso gli altri. Da queste stesse virtù derivavano le sue illimitate facoltà di perdono e di rinunzia, da cui traeva incomparabile nobiltà il suo animo.

Mio padre nacque dal dott. Vincenzo e dalla N. D. Brigida Leali a Ferrara, nel palazzo di famiglia in corso Porta Po n. 20, il 15 maggio 1848 e fu battezzato nella bella chiesa di S. Maria in Vado col nome di Alzirdo: un guerriero dell'Orlando Furioso (Canto XII, stanze 69-75). In famiglia si conservava un antico, prezioso esemplare del poema dell'Ariosto, che certamente passava per le mani dei Salvatori di quel tempo; e questo credo possa spiegare come si sia pensato d'imporre al nuovo nato un nome di per sé stesso bizzarro ed insignificante.

Nel 1851, quando il piccolo Alzirdo aveva appena tre anni, gli venne a mancare il padre, assassinato nella casa (poscia demolita) di Consandolo dalla banda del famoso Passatore; e questa sventura, verosimilmente, ebbe gravi ripercussioni sulla futura vita del fanciullino.

Finite le scuole primarie, fu inviato al convitto Dolci in Milano con istruttori tutti inglesi, dove, per vero dire, ebbe un'istruzione non troppo completa ma in compenso un'ottima educazione inglese; d'altra parte egli, dotato di notevole intelligenza, era vivacissimo; bisognoso di moto continuo e poco incline alle occupazione sedentarie cosicché tornò in famiglia senza alcun titolo accademico, interrom­pendo così la tradizione seguendo la quale il padre suo Vincenzo ed il nonno, Gaspare Salvatori, si erano laureati in legge; mentre il bisavolo, dott. Antonio, era stato medico ed anche assai valente e reputato (F. pasini frassoni - Dizion. storico-araldico dell'antico ducato di Ferrara: Roma, 1914).

Di quest’ultimo esisteva una lapide sepolcrale nella chiesa di Consandolo ed a lui vicino fu inumato nel 1851 il nipote dott. Vincenzo, pel quale tuttavia non fu posto alcun ricordo marmoreo.

Cessata, con la maggiore età, la tutela della madre, il giovane Alzirdo ed il fratello Antonio, di lui maggiore, assunsero l'amministrazione dell'intero patrimonio avito avendo disinteressato le sorelle Giuseppina e Teresa.

Entrambe queste sorelle si erano sposate con cugini; la maggiore, Giuseppina, con l'avv. Giovanni Gattelli di Argenta, figlio di una sorella del dott. Vincenzo Salvatori: personalità eminente, essendo stato deputato al parlamento per tre legislature; capitano dei garibaldini ed uno dei Mille; e l'altra sorella, Teresa, con Marco Leati di Melara, figlio di un cugino della Brigida Leati in Salvatori.

Questa famiglia Leati, specie nel ramo di Ferrara, aveva dato parecchi suoi figli a Garibaldi e nel Museo del Risorgimento di Ferrara esiste ampia documentazione del loro valoroso comportamento.

Poiché Antonio Salvatori, anch'esso combattente con Garibaldi a Bezzecca e Monterotondo, era stato ferito ed era rimasto minorato e malato, la maggior parte del peso degli affari ricadde sopra il fratello Alzirdo: e non si trattava di poca cosa perché il patrimonio, in apparenza cospicuo (oltre al palazzo di Ferrara vi erano a Consandolo i fondi: Fienile, Bosco, Sabbioni, Gresolo, Sorbaro Portoni, Olmo, Punta, Lama, Lametta, Ziparea, Varionda, Colombarola, Cà bianca, con le castalderie e terreni annessi; per un totale di circa 300 ettari; parecchie case (e di più il fondo Palazzo in paese, con le due ville ed altri fabbricati), era gravato di numerosi livelli e di altri debiti per somme rilevanti; e questa situazione richiedeva un intenso dispendio di energie in chi amministrava.

Si pensi poi che, allora, quasi non esistevano ferrovie; e trovandosi a Ferrara il palazzo di abitazione ed il centro degli affari, ed a Consandolo le terre, era necessario spostarsi bene spesso dalla città alla campagna nei mesi invernali e da Consandolo a Ferrara nel resto dell'anno.

I fratelli Salvatori condussero anche, per parecchi anni, in affitto la grande tenuta del Verginese, di proprietà del marchese Montecuccoli di Modena, con altro dispendio di energie; cosicché Alzirdo Salvatori, poco più che maggiorenne ed in quel periodo della vita in cui i giovani delle famiglie abbienti si divertivano e ben poco lavoravano, doveva invece amministrare e dirigere un'azienda importante e gravosa.

Unica sua passione e suo svago erano i cavalli; e poiché questi erano anche indispensabili per il disbrigo degli affari, accadeva che egli potesse soddisfare la sua passione senza perdita di tempo, ma soltanto utilizzando per le continue gite ad Argenta, a Portomaggiore, a Ferrara ed altrove, belli e generosi cavalli in luogo dei comuni carrozzieri.

Fece anche un passo ardito allorché, insieme al fratello, acquistò su due piedi un buon numero di poliedri, fattrici e cavalli da corsa del m.se Costabili che, caduto in dissesto, liquidava a prezzi di realizzo immediato la razza del Trombone presso Consandolo.

Con quei cavalli, intenditore appassionato ed intelligentissimo com'egli era, vinse parecchie corse: importante fra tutte una a Firenze in cui la giubba rossa (in omaggio a Garibaldi) del suo jockey riuscì a battere i colori della scuderia del Re Vittorio Emanuele II, conquistandosi due coppe in argento e cristallo smaltato e miniato che nel 1944 erano ancora in possesso della famiglia.

La scuderia da corsa era però costosa e ben presto fu liquidata, limitandosi mio padre a conservare qualche buona fattrice e dedicandosi all'allevamento, non più per il galoppo, ma per il trotto.

Erano quelli i primissimi anni del trotto in Italia; e dalla razza Costabili era stato prodotto il famoso Vandalo, campione imbattuto per parecchie stagioni: la passione e la competenza di mio padre lo misero bene in vista fra i cultori del nuovo sport; cosicché fu egli, insieme al suo amicissimo capitano Giuseppe Ballarmi di Bologna ed a pochi altri, tra i fondatori dell'Unione Italiana per il Trotto, che anche ora presiede alle corse.

Ben presto però sorse in lui il desiderio di crearsi una famiglia; ed allora di­vise il suo patrimonio da quello di Antonio e, cultore intuitivo ma consapevole di quell’eugenetica che ancora non era nata, volle accasarsi con una sposa di schiatta sana e robusta com'egli era e fermò la sua scelta sopra una giovinetta diciottenne, bella ed assai finemente educata: Emma Muratori, figlia del cav. Antonio, grosso imprenditore di lavori (fra cui anche un tronco della ferrovia Ferrara-Ravenna ed il ponte in legno sul Reno alla Bastia, durato fino a non molti anni fa) e della contessa Maria Fasi.

Nella famiglia Muratori, gli ascendenti erano morti fra gli 80 ed i 90 anni, dando così garanzia di salute e longevità alla discendenza; ed egli aveva anche voluto una bella sposa «per darvi una bella mamma», egli mi diceva.

Nell'agricoltura mio padre, fino da quegli anni, aveva dimostrato attitudini ed abilità non comuni: già insieme al fratello aveva conseguito premi e diplomi come espositore ed allevatore di bovini e di cavalli; inoltre, spinto dal suo costante desiderio di creare, dalla sua straordinaria attività, sorretto da una salute eccellente, aveva pensato ad incrementare in ogni modo le coltivazioni.

Oltre a migliorare rapidamente le colture annuali con l'adozione di arature profonde (importando perciò gli aratri Rud-Sack) e con altri accorgimenti, impiantò tre orti industriali; uno nel terreno retrostante alla villa, ricco di alberi fruttiferi di ogni specie anche poco conosciuta e di ogni altra coltivazione; un secondo alla «Piazzetta», annesso al podere Fienile e l'ultimo al Borgo Trebbo.

La produzione di questi orti, unici nel paese a quei tempi ed assai ben condotti, fu per molti anni notevole; ma egli volle aggiungervi, verso il 1885, un frutteto di peschi nel terreno retrostante l’aia asfaltata (essa pure costruita da mio padre) piantati a quinconce e coltivati a vaso, proprio come ora si usa; e son passati quasi ottant'anni.

Tutto intorno al frutteto, novatore anche in questo, piantò perpignani (micocoulier); albero sconosciuto nella plaga e che dava allora alto reddito perché usato per fruste e per gavoli di ruote; ed altri molti ne piantò nelle sue campagne, specie in Colombarola e Fienile.

Dovendo provvedere a radicali lavori nelle case coloniche ed in quelle di affitto ed anche a nuove costruzioni, impiantò prima una, poi due fornaci da laterizi che per molti anni, oltre a provvedergli il materiale di cui abbisognava, diedero un eccellente profittò e fra i primi acquistò una grossa coppia Claytòn & Shuttleworth per trebbiare, assicurandosi un buon introito anche col noleggio di quella.

Amico del valentissimo prof. Aducco, che allora dirigeva la cattedra ambulante di agricoltura di Ferrara e fu pioniere della produzione dello zucchero in Italia, caldeggiò e fra i primissimi introdusse la coltivazione della bietola; e ricordo molto bene di avere assistito, giovinetto, con mio padre a conferenze tenute dall'Aducco agli agricoltori per vincere la loro riluttanza ad adottare la nuova coltura.

Anche per la lavorazione della canapa fu tra i primissimi ad usare il « cilindro » per la scavezzatura a macchina: dovendo sistemare parecchi suoi fondi, tra cui sopratutto le Colombarole, importò dal veronese le « ruspe » che anche oggi, a distanza di più di settant’anni, si usano con profitto. Sopratutto poi si adoperò per la bonifica.

Consigliere del Consorzio di bonifica del 11° Circondario ed amico del marchese Di Bagno, presidente, ne incrementò lo sviluppo e per sua opera fu costruito, in anticipo, lo stabilimento di Benvignante; come proprietario dei fondi Sorbaro e Bosco, fu presidente per molti e molti anni del Consorzio Cavo Spina; e, caso eccezionalissimo, per volere dei consorziati che non operavano le volture in capo dei nuovi proprietari, continuò ad esserlo anche quando, per rovesci di fortuna di cui dirò, nulla più possedeva in quel comprensorio. Affidò all'ing. Cristofori, eccellente idraulico di quei tempi, lo studio su sue direttive di un progetto di bonifica che, se attuato, sarebbe stato migliore di quello eseguito nel 1928 ed assai meno costoso.

Giacché egli sapeva fare ogni cosa con estrema semplicità e col minimo dispendio; ed era tanto ingegnoso da saper tutto utilizzare» spesso nei modi più geniali ed impensati: somigliava ai migliori inglesi di allora.

Frattanto, poiché buona parte del fondo Sorbaro, assai vasto, era soggetta alle acque, con la locomobile ed una pompa provvide a tenerlo all'asciutto; altra analoga bonifichetta privata, in consorzio col dott. Napoleone Fabretti, attuò all'« Uomo Morto », nelle stradelle basse di Consandolo.

Questa sua multiforme, instancabile attività di agricoltore non lo distoglieva affatto dalla cura più assidua ed affettuosa del pubblico bene.

Delegato comunale per Consandolo, membro della Congregazione di carità, giudice conciliatore, curò attivamente gli interessi del paese che solo per le sue continue premure fu dotato del palazzo delle scuole. La lunga cancellata in ferro che ricingeva il fabbricato fu donata da lui; e a lui si deve se fu installato, nel timpano dell'edificio, l'orologio pubblico con suoneria che la guerra ultima ha distrutto.

Poiché il paese desiderava di averla, egli istituì la banda musicale donando gli strumenti ed i berretti per i suonatori e pagando il maestro Martoni e tutte le altre spese.

Il grande, nobile cuore di mio padre si palesava poi sopratutto nell'assistenza ai poveri ed a chiunque avesse bisogno di aiuto o di consiglio.

Ottant'anni fa Consandolo era un paese in miseria: la malaria infieriva, la pellagra devastava le classi più povere. Mio padre cercava con ogni suo mezzo di mettere riparo a tante sventure; e ricordo quante volte ho veduto un povero avvicinarsi a lui e dirgli: « Signore, a casa abbiamo fame ». Allora il mio babbo andava nel granaio e faceva avere al misero una quarta di frumento o di granturco e non di rado anche uno staio, e la mattina dopo accompagnava ad Argenta il capo famiglia bisognoso e gli faceva assegnare un sussidio.

Furono tantissimi malati da lui soccorsi; ed ogni domenica mattina, a frotte, i poveri affluivano alla porta della villa per ricevere un'elemosina oppure qualche coppietta del buon pane ferrarese che si cuoceva con apposita infornata.

Furono anche molti gli operai e gli umili ai quali egli procurò un posto di lavoro anche stabile; come stradino od inserviente o simili; e non si contano quelli che soccorreva con consigli ed assistenza in occasione di minuscole eredità famigliari, di controversie svariatissime di cui era l'arbitro da tutti desiderato per l'alto senso di giustizia ed equità.

Spoglio di ogni ambizione che non fosse quella di rendersi utile agli altri ed al suo paese, mai desiderò altre cariche cui sarebbe stato chiamato; ed anzi ricordo che fra altri l'avv. Succi, sindaco di Argenta, il cav. Gostoli, per tanti anni segretario comunale, ed il prof. Patrizio Antolini, direttore didattico, in molte occasioni insistettero invano con lui perché accettasse altri incarichi. Nella sua grande, spontanea modestia egli rispondeva che vi erano altri adatti a ricoprire quelle cariche mentre egli era già troppo gravato di occupazioni.

Gli affari poi erano sì la sua prima premura; ma non certamente per sé, bensì soltanto per la sua famiglia, che amava intensamente.

Di carattere eccezionalmente riservato, all'inglese; tanto da apparire talvolta poco sensibile o men pronto a comprendere, evitava anche con i suoi cari le esube­ranti manifestazioni esteriori che bene spesso non corrispondono ad interiore intensità affettiva, ma dimostrava il suo amore con l'eloquente e non equivoca documentazione dei fatti.

Mai egli tornava a casa anche da un semplice giro in campagna senza portare in famiglia tutto ciò che di meglio avesse potuto trovare: frutta sceltissime, tartufi, pesce, cacciagione; e quando poi tornava dai mercati di Ferrara o di provincia erano dolciumi finissimi o qualche oggetto desiderato dalla moglie o dai figlioli che recava seco; dimostrando così di avere volto ad essi, mentre era assente, tutti i suoi pensieri.

Quando si trattava di lui, era sempre il posto più piccolo, la parte più modesta che si assegnava: mai un teatro, mai un divertimento, mai una spesa per sé; ma ogni pensiero, ogni larghezza per gli altri.

Ricordo che negli ultimi anni della triste e solitaria sua vecchiaia, nei colloqui a due che sovente avevamo allorché mi recavo a trovarlo a Consandolo, più volte mi disse: « Io non sono un egoista »: e tutta la sua vita era la dimostrazione della verità del suo dire; col quale tuttavia chiariva all'evidenza che l'attitudine di rinunzia, il costume di parsimonia per sé cui si era sempre attenuto erano pienamente consapevoli e da lui medesimo voluti per obbedire alla sua natura generosa e nobilissima, alla sua mite e perenne bontà, all'immenso affetto verso i suoi cari.

Quella sua bontà si manifestava altresì con la severità nel giudicare sé stesso; nella propensione a riconoscere suoi torti inesistenti e, al contrario, con la più larga indulgenza verso gli altri, col perdono per le iniquità anche più gravi a lui fatte. Il grande pascal (Pensées, pag. 398, n. 921), definisce come attributo altissimo di virtù tale attitudine a riconoscere una propria fattibilità; né mancava di tenere nel massimo pregio le persone buone e virtuose; sicché buoni e virtuosi furono i suoi amici, fra cui ricorderò ancora l'on Stefano Gatti Casazza, garibaldino, il cav. Filippo Mioni di Comacchio e il dott. Fabbri di Saletta.

L'arciprete di Consandolo, don Manaresi, che lo conobbe negli ultimi anni di sua vita, mi disse che, se avesse frequentato la chiesa, sarebbe stato un santo ed enumerò le virtù eccelse che egli pure aveva constatato in mio padre e che tutte le persone del paese ben conoscevano; titoli di santità questi che non sembrano meno importanti della frequentazione dei  templi.

Non era però privo di fede; ed anzi disse di desiderare la benedizione della sua salma; tuttavia non fu mai religioso praticante; fedele in questo al costume di gran parte della sua generazione che fu quella dell'abolizione del potere temporale dei Papi e della presa di Roma, ed alla tradizione garibaldina della sua famiglia.

Era coraggioso: di un coraggio tranquillo e consapevole, lontano da ogni bravata, che gli faceva affrontare il pericolo dopo averlo misurato con sangue freddo e aver cercato di adeguare ad esso le sue difese. Meravigliava molti, ed era considerata temerità, l'audacia con cui affrontava, ad esempio, cavalli indomabili; eppure egli riusciva a dominarli e talvolta a renderli pressoché mansueti, vincendone gli istinti ribelli più con l'accortezza che con la forza.

La sua lealtà, la rettitudine formavano poi armonico complemento alle altre sue virtù; e fra queste era notevole l'equilibrio tra le sue facoltà intellettuali e morali.

Il sentimento di giustizia era temperato e vivificato dai moti del cuore, sempre pronto a comprendere ed a scusare, entro ragionevoli confini, le deviazioni, gli errori ed anche le colpe che nascevano, trovavano il terreno propizio in condizioni di ambiente e di famiglia oppure in deficenze dell'individuo, ovvero in altre cagioni che diminuivano grandemente la responsabilità; ed era ammirevole la giustizia con cui egli sapeva pesare e dosare i vari elementi prò e contro, ricavandone in sintesi un giudizio quant'altri mai equo e ponderato.

Era anche dotato di acuto e vigile spirito di osservazione e di critica; per cui nulla gli sfuggiva di quanto altri operasse ed era ancora buon conoscitore di uomini, appunto perché osservatore attento e sagace.

Uomo assai più di azione che di pensiero; assai più incline all'applicazione pratica che non allo studio teorico ed astratto, soleva spesso ripetere il detto comune: « Val più la pratica che la grammatica »; e viaggiando o conversando sapeva subito vedere e cogliere quello che, fatto o detto da altri, meritasse approvazione e concreta attuazione.

Non si limitava però ad accogliere le altrui applicazioni o idee che ritenesse pratiche ed opportune, ma quasi sempre vi aggiungeva qualche sua personale modificazione o perfezionamento che davano prova della sua intelligenza originale e versatile e del suo senso pratico, anch'esso di tipo inglese.

A questo si aggiungeva la sua ingegnosità, cui già ho accennato; e lo spirito di economia in lui profondamente connaturato; non certo per grettezza, che anzi fu sempre più che generoso; ma soltanto come intuitiva, eppure precisa realizzazione di quel principio del « minimo mezzo »; ossia della ricerca dello strumento più economico per conseguire un determinato effetto, che costituisce uno dei canoni fondamentali della tecnica moderna e della razionalizzazione industriale.

Affiorano alla mia memoria tantissimi casi in cui lo vidi attuare felicemente queste sue peculiari attitudini; ma volendo esser breve, uno solo ne rammenterò, perché visto da molti.

Quando ricostruì, abbellito e migliorato e pur con spesa modica, il grande fienile del fondo Olmo, incendiatosi, ideò ed applicò un ingegnoso, semplicissimo suo dispositivo per sciogliere contemporaneamente ed in pochi istanti dalle mangiatoie i bovini della stalla; e questo perché appunto nell'incendio di quel fienile alcuni bovini erano rimasti semiasfissiati.

In varie circostanze palesò intuizioni precorritrici: così nel 1922, trivellandosi un pozzo artesiano in un fondo della Società Svizzera presso Boccaleone, ed essendone sprizzata una possente e durevole colonna di gas: « Questo gas si può utilizzare! » esclamò egli; ma gli astanti sorrisero increduli. Tuttavia, quel gas era il metano.

Ho detto ch'egli era buon conoscitore di uomini; e ne dava prova non solo nel giudicarli, ma anche nella scelta che egli faceva delle persone cui affidare incarichi i più svariati; sia nella sua azienda, sia di pubblico interesse; e tutto questo era accompagnato da una semplicità di vita ed una laboriosità senza pari.

La semplicità del costume si palesava non solo nell'abbigliarsi dimessamente, senza ambizione o pretesa alcuna, ma anche in tutte le altre abitudini: la sua stanza, sia in sé stessa che nell'arredamento, fu sempre la più modesta e disadorna; ogni cibo anche il più semplice lo accontentava; i ruotabili che usava erano quelli che non piacevano agli altri della famiglia; mentre i famigliari erano serviti di tutto punto dalle domestiche, egli poco o nulla chiedeva per la sua persona.

La sera, sulle nove, finita la cena e conversato un poco con noi, si ritirava a riposare ed il mattino alle cinque ed anche prima era levato; tanto che bene spesso attaccava da solo il cavallo, perché il cocchiere ancora dormiva.

Poi, fuori, all'aria libera, fra le bellezze della natura che egli quietamente ma intensamente amava, correva verso le sue campagne, che erano sparse e perciò più faticose da condurre o verso i mercati dei paesi vicini, o di Ferrara o di Lugo, mentre ancora la notte diffondeva le sue ombre. Tornava per la colazione, brevemente riposava; poi di nuovo fuori, o ancora in campagna a sorvegliare lavori campestri o edilizi (moltissimo costruì o migliorò) o ad attendere alle sue cariche pubbliche fin che, verso sera, si raccoglieva in casa a scrivere, far conti, ascoltare le persone che ogni giorno venivano a lui per i più svariati motivi.

Questo complesso di doti e di virtù eccezionali avrebbe dovuto assicurargli il successo nella vita o almeno la tranquillità; ma così non fu.

Già quando assunse, poco più che ventenne, l'amministrazione del suo patrimonio, vi erano numerosi rapporti e commistioni di affari col cugino e cognato on. Giovanni Gattelli, che era stato consigliere e coadiutore della Brigida Salvatori durante la (minore età dei figli; e questa commistione continuò anche in seguito non essendo agevole sciogliersene con un patrimonio oberato; sventuratamente però il Gattelli, sia perché la politica ed il parlamento troppo lo distoglievano dai suoi affari, sia perché coinvolto nella famosa crisi edilizia di Roma, si trovò a mal partito e fu costretto ad una liquidazione del suo già cospicuo patrimonio nella quale il credito di mio padre, quantunque garantito da ipoteca, potè trovare soltanto un molto parziale soddisfacimento. Alla liquidazione Gattelli partecipò, come parente e legale, l'Avv Enrico Golinelli di Bologna; primo cugino di mio padre perché figlio di una sorella del dott. Vincenzo Salvatori ed esso pure personalità eminente; tanto che fu sindaco di Bologna dal 1904 al 1910 ed amicissimo del Carducci. Una strada della città porta il suo nome. Era anche nipote del famoso musicista Stefano Golinelli.

La disgrazia rappresentata dal dissesto Gattelli era tanto più' grave in quanto mio padre aveva rilevato anche l'eredità del fratello Antonio.

Questi, ferito in combattimento a Bezzecca, mai era guarito e s'era trascinato per anni con la ferita aperta fino a quando, sopravvenuta la cancrena, nel 1883 era morto legando per testamento la tenuta Portoni a persona non appartenente alla famiglia ed il rimanente secondo legge; ossia un terzo dell'intero alla madre. Fu dunque assai grave il carico che si assunse mio padre: ma egli lo affrontò perché desideroso di lasciare ai suoi figli, unici discendenti della famiglia, tutti i beni che da un paio di secoli appartenevano alla famiglia stessa; e questo senza preoccuparsi   del   peso, delle fatiche sempre maggiori che così veniva ad accumulare sopra di sé.

E la sua attività, la sua capacità erano tali, che vi sarebbe senza dubbio riuscito se tutto non avesse cospirato contro di lui.

Oltre al dissesto Gattelli, annate di siccità, di vento, un'inondazione; il terribile ciclone del 1896 gli sottrassero non di rado perfino nella quasi totalità i raccolti; mentre gli era indispensabile una rendita annua almeno medicare per far fronte agli oneri passivi; inoltre la famiglia, che sempre egli aveva voluto veder vivere in larga agiatezza, aveva assunto da troppi anni un livello di dispendio superiore al ragionevole e che egli invano aveva tentato di frenare; cosicché all'approssimarsi del 1900 era venuto a trovarsi in condizioni di disagio.

Coraggioso, sostenuto dalle sue qualità di lottatore e di creatore di sempre nuove risorse, reagì, riparò, tenne testa energicamente; ma nel 1900 una terribile grandinata di estensione del tutto eccezionale gli annientò quasi per intero i raccolti e le risemine, per avversità stagionali, non fruttarono; nel 1901 si ebbe una gravissima crisi nel prezzo dei raccolti che, del resto, mai avevano raggiunto livelli molto rimunerativi perché allora non vigevano che scarse protezioni doganali; ed infine nel 1902, calamità più grave ancora, si ebbe lo sciopero generale agrario, con abbandono delle stalle e di così lunga durata, da impedire perfino le semine autunnali.

Un simile susseguirsi di rovesci per tre anni consecutivi, senza interruzione, non poteva non avere conseguenze gravi per lui ; e fu necessario pensare ad una sistemazione radicale che egli, dando ancora una prova magnifica dell'eccezionale bontà e nobiltà del suo animo, affrontò con una serenità, un così vivo ed onesto desiderio di far fronte ai suoi impegni fino all'estremo, che tutti i creditori accettarono; chi una moratorie garantita, chi un regolamento bonario.

Solo due amici suoi; due fratelli di Consandolo che in passato egli aveva favorito con una garanzia di ben 40.000 lire (grossa cifra a quei tempi) e che erano creditori di 5.000 lire, non vollero accettare una sistemazione che li rimborsava integralmente e provocarono il crollo.

Fu ben grande il dolore di mio padre, che del resto altri dolori, anch'essi gravissimi per il suo cuore squisitamente sensibile e di cui non è il caso ch'io dica, aveva dovuto sopportare; ma anche questa volta egli dimostrò virile fortezza d'animo e solo si preoccupò di non gravare sulla famiglia; quantunque per merito e per generoso sacrificio suoi, la lasciasse con una modesta ma sicura agiatezza.

Volle dunque trovare un'occupazione per bastare a sé stesso; ma aveva già 56 anni; le sue attitudini d'intelligenza, di operosità potevano svolgersi soltanto nel campo agricolo, in cui per oramai vecchia abitudine si era specializzato; cosicché non tornava facile un conveniente collocamento.

Tanta però era la considerazione di cui egli godeva; tanta la stima di cui era circondato che un ricco possidente, a lui legato per affinità, gli offerse un posto nella sua amministrazione agricola. Ed era, questo congiunto, non certo facile a contentare!

Non erano tuttavia finite le sventure; non giunto al termine il travaglio della sua vita.

Nel 1913, accorrendo alla stazione di Consandolo per accogliere la consorte, cadde e si ruppe il femore destro; cosicché egli, che sempre aveva vissuto di moto e di azione ed ancora, coi suoi 65 anni, era snello ed agile e destro, si trovò a dover camminare a stento, appoggiandosi ad una gruccia; ma questo non gli impedì, appena migliorato, di tornare al suo impiego e quivi rimase, salvo brevi congedi ed interruzioni, fino all'autunno 1924, ossia a 76 anni suonati.

Anche in questo periodo della travagliata sua esistenza, egli non aveva mancato di dar prove luminose della sua generosità, della sua bontà: e se non poteva più soccorrere con aiuti materiali le altrui miserie, ogni morale assistenza di consiglio e di conforto, ogni appoggio presso le autorità e gli enti benefici erano da lui dati con quella larga, naturale spontaneità che sempre aveva suggellato di un'impronta del tutto personale ed eccezionale la sua anima elettissima.

Ed anche in questi anni della sua vecchiezza, già minorato e non più robusto, sa dar prova del suo coraggio perché, vista un'operaia che sta per essere presa negli ingranaggi di una dicanapulatrice, abbandona rapido la sua gruccia, si slancia, la salva ma ne esce con la prima falange di un dito mozzata.

A chi, vedendolo così mutilato, gliene chiedeva; ed anche ai suoi famigliari, disse di aver messo la mano troppo presso la macchina; e solo per caso, dopo anni, taluno, che era stato presente, mi narrò il suo atto generoso.

Dal 1924 al 1934 mio padre visse a Consandolo, in triste solitudine, con penosi sacrifici non voluti da lui ed in un'inoperosità ed immobilità che gli pesavano immensamente; ma di proposito non voglio entrare in particolari su questo periodo della sua vita, che fu il più duro. Però sempre lo circondarono e confortarono la stima, la simpatia, l'affetto unanime dei conterranei; i quali, pur dopo tanti anni, non dimenticavano il bene che egli aveva fatto e lo consideravano, al di sopra delle sventure della sua vita, come il compaesano più eminente della sua generazione e, fra tutti, il più buono e generoso.

« Io non sono stato fortunato » mi diceva egli talvolta negli ultimi suoi anni, con tono tristemente rassegnato e con lo sguardo dolce e mite che gli era abituale; ma io comprendevo che egli nel suo intimo completava il pensiero con la considerazione che nulla di male mai aveva egli fatto ad alcuno e viceversa tutto il bene che aveva potuto, sempre, in qualsiasi evenienza; sicché egli poteva lasciare questa vita senza rimpianto; ma non senza la soddisfazione di aver speso nel modo migliore e più degno tutte le sue energie.

Nell'estate del 1934 mi disse: « Sono stanco di stare al mondo » ; ed alla mia richiesta sul motivo di così triste pensiero, replicò che entro tre o quattro mesi sarebbe morto.

Era ancora sano ed io speravo, fermamente credevo che il presagio fosse fallace; ma a fine novembre, proprio nel quarto mese, fu preso da asma bronchiale e dopo dodici giorni, la notte del 3 dicembre, repentinamente mancò.

Quel cuore infinitamente buono aveva cessato di battere; quella lunga vita tutta spesa nel lavoro, nel bene, nella rinunzia e nel perdono era finita.

E dopo la morte, il suo volto rifulse in serafico aspetto di santità.

Ho cercato di tratteggiare la figura di un uomo le cui doti avrebbero potuto mettere in ben maggiore evidenza se la sua eccezionale modestia non l'avesse tenuto nella penombra; le cui virtù molteplici, rare ed eroiche rifulsero di luce anche più pura e viva nelle sventure della sua vita travagliata; ma non credo di essere riuscito a delineare mio padre com'egli fu.

Se però a Consandolo, nel paese da lui prediletto, la sua memoria sarà affidata oltre che al bene che egli fece, anche a quello che egli ad altri abbia saputo ispirare, questa memoria vivrà perenne e sarà il compenso più degno per lui, che tutto sempre diede e nulla tenne per sé.

V. S.